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Chiesa

Morto mons. Mateucig, custode della fede della Slavia

La vita del rettore del santuario di Lussari è stata all’insegna della riconciliazione e della conoscenza reciproca tra popoli vicini

Grave lutto nella Chiesa Udinese e in particolare per le comunità cristiane della Slavia Friulana: questa mattina, alla Fraternità sacerdotale di Udine, si è spento mons. Dionisio Mateucig (nella foto mentre celebra l’apertura dell’Anno Santo della Misericordia a Lussari),79 anni, parroco di Camporosso e rettore del santuario della Madonna del Lussari dal 1998. I funerali saranno celebrati dall’Arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato,  giovedì 1° settembre, alle 15.00, nella parrocchiale di Camporosso. Già vicario foraneo di S. Pietro al Natisone, si era fortemente impegnato per l’inculturazione della fede nella cultura e nei locali dialetti sloveni, cercando di depurare la vita delle comunità cristiane dagli ultimi veleni lasciati dal nazionalismo italiano nel secolo scorso e dagli strascichi della Guerra Fredda.

“Mons. Dionisio era un uomo paziente e saggio, capace di spendersi fino all’ultimo”, ricorda , vicario generale dell’Arcidiocesi di udine. Mons. Mateucig è mancato alla Fraternità sacerdotale di Udine dove si trovava da un po’ di giorni a causa dell’acutizzarsi della malattia che lo aveva colpito circa un anno fa. Nato a Drenchia, il comune più orientale delle valli del Natisone, “tra le sue passioni ha sempre avuto la lingua e cultura slovena delle sue radici” conclude mons. Genero.

“Ha fatto la storia di Camporosso – ricorda il sindaco di Tarvisio, – un sacerdote simile a noi che si è sempre confrontato con le persone e per questo era benvoluto”.

Mons. Dionisio Mateucig era nato a Drenchia nel 1937, anche se poi insieme alla famiglia si era trasferito a Feletto Umberto. Ordinato sacerdote il 29 giugno del 1965, è stato cappellano a Cussignacco fino al 1973, poi parroco a Forni di Sotto fino al 1978. Arciprete di Sappada fino al 1991, poi parroco e vicario foraneo di San Pietro al Natisone fino al 1998. Dal 1998 parroco di Camporosso e rettore del Santuario diocesano della Madonna del Lussari.

“Era una persona molto aperta, alla mano, con la quale non era difficile instaurare un rapporto di confidenza – racconta , già caporedattore del quindicinale Dom e operatore culturale delle Valli del Natisone -. Accoglieva tutti, era sempre molto ospitale e sorridente. Quando sentiva le notizie dei nostri paesi, adesso che era in Valcanale, non mancava di esprimere la sua gioia. Lo conoscevo da tantissimi anni, da quando era giovane sacerdote, consacrato nel 1975 insieme a mons. Marino Qualizza, don Mario Gariup e don Natalino Zanella. Ha imparato il dialetto sloveno a casa e lo ha conservato anche quando la famiglia si è trasferita in Friuli. Ma lui era rimasto legatissimo alla sua Paciuch, la frazione più bassa del comune di Drenchia. Era molto legato a mons. Valentino Birtig, parroco di Drenchia, che lo aveva avviato al sacerdozio. E’ stato anche presidente della cooperativa Dom, svolgendo un importante lavoro culturale. Dal ’91 al ’98 fu vicario foraneo di San Pietro al Natisone, anni di guerra fredda con un forte contrasto, anche nelle comunità cristiane, tra chi difendeva il diritto di parlare la propria lingua slovena e di usarla in chiesa. Lui arrivò nel momento del disgelo, all’indipendenza della Slovenia dalla jugoslavia, operando per l’avvicinamento delle due anime culturali delle Valli del Natisone e per avvicinare il popolo friulano e quello sloveno. Da qualche anno ogni sabato si celebra la S. Messa in sloveno e, anche se ognuno mantiene le sue posizioni, non c’è più quel contrasto di animi tra persone e fazioni che caratterizzavano il passato. Mons. Mateucig ha dato un forte contributo alla pacificazione degli animi”.

“Io lo ricordo come un grande sacerdote – evidenzia , gesuita sloveno che lo ha affiancato negli ultimi tempi nell’animazione del santuario del Lussari -. Qui ha fatto un grande lavoro di accoglienza, come anche a Camporosso dove viveva durante l’anno. D’estate si trasferiva al santuario, come ha fatto anche quest’anno, anche se dopo un mese ha dovuto trasferirsi alla Fraternità sacerdotale per l’acutizzarsi della malattia. Celebrava spesso la Messa in sloveno, la lingua più parlata al Lussari. Era un grande devoto della Madonna e si curava molto dei santuario e dei pellegrini. Gli piaceva moltissimo la montagna. Ora speriamo di poter continuare il suo lavoro. Insieme a me c’è il vescovo emerito di Lubiana mons. Uran e un sacerdote del Camerun”.

“Era di un animo buonissimo, aperto, cordiale – racconta il teologo grande amico di mons. Mateucig – e cercava di mettersi in sintonia con tutti. Ma non dava ragione a tutti. Era di una affabilità straordinaria, ma non rinunciava mai alla sua opinione, al suo acuto senso critico e al dovere della scelta delle cose buone. Dopo le prime esperienze a Cussignacco e a Forni di Sopra, a Sappada si era fatto molto benvolere per il suo impegno pastorale e la capacità di rapporto con le famiglie. Poi il vescovo ausiliare mons. Brollo gli affidò una missione difficile: guidare la forania di San Pietro al Natisone. A Sappada era una specie di divinità, mentre nella Valli del Natisone avrebbe avuto grande difficoltà per motivi linguistici con una fascia della popolazione. Decise di accettare, testimoniando per 7 anni i valori di rispetto, valorizzazione, dialogo, insegnando che non c’è un popolo superiore all’altro, non c’è una lingua che deve zittire l’altra. Quindi il ritorno a Lussari, perché durante gli studi, per pagarsi il seminario, faceva il sacrestano al santuario della Valcanale, andando anche a suonare l’Ave Maria delle 6 del mattino. Ha dato al Lussari un’apertura straordinaria, un’ampiezza crescente, facendolo meta di sempre più numerosi pellegrini di anno in anno”. 

Una fede forte, popolare e genuina, forgiata dalla cultura slovena della nativa Drenchia

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