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«In classe non spegniamoli»

Se inserito in un rapporto, in un percorso di crescita, «anche uno zero può diventare uno stimolo». Non ha dubbi, la prof.ssa Cristina Rossi. La docente modenese sarà ospite della nuova edizione di «Si può ancora educare», il corso di due giorni proposto dall’Ufficio scuola diocesano per la formazione dei docenti. Qui l'intervista completa pubblicata su «la Vita Cattolica» del 7 marzo 2018.

«In classe non spegniamoli»

Se inserito in un rapporto, in un percorso di crescita, «anche uno zero può diventare uno stimolo». Non ha dubbi, la prof.ssa Cristina Rossi. Lo ha sperimentato tante volte all’istituto professionale dove insegna, in Emilia Romagna, e di zero ne ha messi, eccome. In tempi in cui gli insegnanti sono spesso chiamati a giustificare voti bassi di fronte a genitori agguerriti, lei stessa si definisce una professoressa «provocatrice».

Il tema della valutazione sarà al centro della nuova edizione di «Si può ancora educare», il corso di due giorni proposto dall’Ufficio scuola diocesano per la formazione dei docenti (non solo quelli di religione), e al primo appuntamento, venerdì 9 marzo in sala Paolino d’Aquileia a Udine, alle 17.30, sarà ospite proprio la docente modenese (il secondo incontro è fissato per il 23 marzo, sul tema «La valutazione del sistema»). «Un’occasione – anticipa il vicedirettore dell’Ufficio scuola diocesano, don Agostino Sogaro – per capire come far sì che il voto non sia una riduzione dello studente alla sua performance, ma un’occasione di crescita» (per partecipare non è necessaria l’iscrizione).

«Il problema del voto – spiega la prof. Rossi – è che si tende a far coincidere la valutazione con una misura. Ma se per noi la valutazione equivale a degli standard, senza rendercene conto stabiliamo che al di fuori di quegli standard non ci può essere nulla degno di valore».

Tanto varrebbe, in alcuni casi, gettare la spugna in partenza allora?

«Esatto. Invece, sulla base della mia esperienza, ho visto che se vuoi raccogliere il valore di qualcosa/qualcuno, devi andare a prendertelo là dov’è. Puoi limitarti a registrare la distanza rispetto ai requisiti minimi o andare oltre. Questo, per un insegnante, significa spesso essere disposto a scendere ben al di sotto del minimo considerato “accettabile”».

Non è una resa anche questa?

«Può essere frustrante per un insegnante solo se non vede in questo l’inizio di un cammino. Qual è il valore che si vuole valutare, una performance o una crescita?».

Ma un voto lo si deve pur mettere...

«Però posso decidere io quando, ad esempio. Di fronte ad un elaborato scarso posso dare dei suggerimenti e incoraggiare il ragazzo a lavorarci su. Per poi assegnare il giudizio a stesura definitiva».

Una seconda possibilità?

«Piuttosto un dare fiducia. Ma senza puntare al ribasso, anzi. Ho visto che più si punta in alto, con i ragazzi, più si possono avere chance che in loro si accenda una scintilla. Per questo cerco sempre di metterli a confronto con quel che c’è di più elevato e bello. Credo che loro ne siano all’altezza. Anzi, forse è proprio questo che cercano».

Una sfida, dunque.

«Anche. I ragazzi apprezzano quando li incoraggi ad usare la testa. Ammettiamolo, a volte i compiti che assegniamo loro sono così predefiniti che mortificano. Si limitano a chiedere una mera restituzione di quel che noi abbiamo trasmesso. Proviamo a dar credito a questi giovani. Può accadere che loro vedano qualcosa che noi stessi non abbiamo visto, anche solo, semplicemente, perché osservano da un punto di vista diverso. Non rendiamoli semplici esecutori, ma sfidiamoli ad essere protagonisti, a “risvegliarsi”».

È così semplice?

«Non lo è. Ma si può partire con piccoli passi. Talvolta anche rispondere ad una domanda con un: “Non lo so, pensiamoci insieme” è rivelatore. È quando i ragazzi possono dire la loro che si scatenano. In classe ci deve essere spazio per comunicare, e spazio per le scoperte. È così che si accende il desiderio dei nostri ragazzi. E anche il nostro».

Cosa desidera un insegnante?

«Appassionarsi. Dobbiamo tornare noi insegnanti per primi alla fonte di ciò che ci appassiona. Coltivare in noi le ragioni profonde di quel che insegniamo, e insieme ai colleghi. Una ricerca compartecipata. I ragazzi lo vedono quando tu sei un “io” isolato o fai parte di un gruppo».

Un voto, alla fine, ci deve essere. E talvolta i ragazzi (e le famiglie) non sanno gestire il peso di quelli negativi (anche a quelli positivi spesso si assegna un valore sproporzionato).

«Questo accade quando il voto è considerato a sé stante, quando viene estrapolato da un’esperienza. Il voto spegne se è staccato da un rapporto. Se un ragazzo fa esperienza del suo valore questo non accade. Se dentro a un rapporto, anche uno 0 può diventare stimolo».

Valentina Zanella

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