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Oggi le commemorazioni della pubblicazione de "Il porto sepolto" avvenuta a Udine nel 1916

100 anni dopo, Ungaretti parla friulano

La raccolta, manifesto dell'ermetismo, ha cambiato la storia della poesia italiana. Alle 11 sarà scoperta la targa davanti allo Stabilimento tipografico friulano, in via di Prampero. Alle 18, nella sede della Società Filologica Friulana, la presentazione del libro, edito da Gaspari, con la ristampa delle poesie e la loro traduzione in lingua friulana curata da Luca De Clara.

100 anni dopo, Ungaretti parla friulano

Il «porto sepolto» di Giuseppe Ungaretti è una delle raccolte più famose della letteratura italiana del Novecento, manifesto della corrente dell’Ermetismo. I 32 componimenti furono scritti dall’allora soldato semplice Giuseppe Ungaretti, impegnato sul fronte dell’Isonzo, tra Cima 3 del San Michele e San Martino del Carso, a partire dal dicembre 1915, in trincea, utilizzando per scrivere gli involucri delle scatole delle pallottole o delle sigarette, «nel pericolo, tra un tiro e l’altro», dirà poi il poeta. Il tenente Ettore Serra, commilitone di Ungaretti, le lesse e volle pubblicarle subito, nella vicina Udine che, così, oltre che capitale della Guerra, è divenuta anche capitale della poesia. La raccolta fu stampata nello Stabilimento Tipografico Friulano di via di Prampero a Udine. Il timbro della «Procura del Re» indica la data del 24 dicembre 1916.

Sono componimenti di fulminea brevità, in cui la parola nuda si carica di grandissima potenza espressiva. «Quando io mi sono trovato di fronte alla guerra – dichiarò 50 anni dopo Ungaretti in un’intervista che si può vedere sul canale internet Youtube – io mi sono trovato anche di fronte ad un linguaggio che dovevo per forza di cose rinnovare, rendere essenziale ad un punto estremo».

A 100 anni dalla pubblicazione, l’editore Gaspari di Udine ha deciso di ripubblicare i 32 componimenti, accompagnati dalla loro traduzione in lingua friulana da parte di Luca De Clara. Di grande fascino l’accostamento tra la scabra essenzialità dell’italiano di Ungaretti e del friulano.  Il libro sarà presentato venerdì 16 dicembre, alle ore 18, nel salone d’onore di palazzo Mantica, in via Manin, 18, a Udine. Ad aprire il volume l’introduzione di Enrico Folisi, che pubblichiamo di seguito.

Sempre oggi, a cura del Comune di Udine, alle ore 11 nella sede dello Stabilimento Tipografico Friulano, è in programma il posizionamento, a cura del Comune di Udine di una targa ricordo che riporterà il seguente testo: «Da questo edificio nel dicembre del 1916, Giuseppe Ungaretti fece uscire la prima edizione de “Il porto sepolto”, canto di dolore e di speranza dell’umanità straziata dalla guerra». Nel corso della cerimonia è previsto un intervento di Umberto Sereni, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Udine e promotore dell’iniziativa.

Infine, alle 18, la sala Corgnali della biblioteca civica «V. Joppi», in Riva Bartolini, ospiterà la conferenza «Un libro senza eguali. Il Porto Sepolto» di Mario Barenghi, docente di Letteratura italiana all’Università Bicocca di Milano e grande conoscitore della poesia ungarettiana.

Di seguito riportiamo la prefazione di Enrico Folisi alla ristampa de “Il porto sepolto” con la traduzione in friulano delle poesie a cura di Luca De Clara.

 

La nuova pubblicazione della raccolta «Il Porto Sepolto» nell’edizione di Udine del dicembre 1916, allora stampata presso lo Stabilimento Tipografico Friulano, a cento anni dalla sua comparsa, oggi con la traduzione in lingua friulana ad opera di Luca De Clara, è innanzitutto un omaggio a Giuseppe Ungaretti, alla rilevanza del suo libro, all’importanza delle 32 poesie, per lo più brevi, scritte su piccoli foglietti di carta durante i momenti di pausa dai combattimenti ed edite con la guerra ancora in corso, destinate a dare nuovo indirizzo alla poesia italiana contemporanea. Pubblicate grazie all’interessamento di Ettore Serra che confesserà: «… Per leggere taluni dei sui versi lassù dimenticati, facevamo insieme la strada dalla filanda di Sdraussina a San Martino, oltrepassando il cavalcavia della strada ferrata e seguendo l’erta sassosa e nuda. Fu allora ch’io decisi di essere l’editore di Ungaretti».

Nel creare nuovi ritmi il poeta ricercò l’essenzialità della parola, la sua luce segreta, e la liberò da ogni costrizione, da ogni lacciuolo che imprigionava il linguaggio analogico, dando il via a una sintassi folgorante. Le sue poesie, partendo da esperienze esistenziali – l’indicazione del luogo e la data ne sono un segno evidente – si elevano su quanto c’è di universale, superano la dimensione autobiografica e quella della memoria e la innalzano a simbolo della condizione di tutti gli uomini. Gli orrori della guerra di trincea che il poeta subì senza alcun filtro, influirono decisamente sulla scelta della lingua poetica, che volle scarna ed essenziale. Egli stesso dirà: «… Se la parola fu nuda, se si fermava a ogni cadenza del ritmo, a ogni battito del cuore, se si isolava momento per momento nella sua verità, era perché in primo luogo l’uomo si sentiva uomo, religiosamente uomo, e quella gli sembrava la rivoluzione che necessariamente dovesse in quelle circostanze storiche muoversi dalle parole». L’esperienza della guerra segnerà profondamente l’animo del poeta, facendogli comprendere l’assurdità di quel massacro e contemporaneamente riscoprire i valori della vita e della fratellanza. Confesserà «… Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà di espressione, c’è esaltazione, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione con la morte. Viviamo nella contraddizione».

Tradurre in lingua friulana un testo del genere implica innanzitutto uno sforzo non indifferente per la lingua stessa. Il friulano, infatti, è povero di lessico eppure parallelamente ricco di sonorità e di carica simbolica. È proprio la sua apparente «semplicità» che lo rende strutturalmente adatto ad interpretare un linguaggio aderente al sacro come quello della poesia.

La traduzione de «Il porto sepolto» di Luca De Clara resta interessante per almeno due ordini di motivi: da un lato vuole «spingere» la lingua friulana verso una gamma lessicale e di significati sempre più estesa (operazione non scevra da toni consapevolmente intellettualistici); dall’altro intende provare a «segnare» l’italiano di Ungaretti con sonorità e atmosfere semantiche che, pur non appartenendogli a pieno, hanno la forza di marcare di tratti nuovi le immagini evocate dal poeta.

Enrico Folisi

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