L'editoriale

Siamo ricchi se sappiamo aiutarci

Il freddo ci ha raggiunti per accompagnare l’inverno e mentre ci coprivamo per proteggerci dal vento gelido, la cronaca ci ha dato la notizia della morte di due giovani uomini. I giornali ci hanno informato che, molto probabilmente, sono state le basse temperature a interrompere quelle due vite che, impreparate al freddo anche per ragioni economiche, non hanno saputo o potuto proteggersi. Se conosci il freddo sai che il tuo corpo ha bisogno di protezione per evitarne il raffreddamento e, se puoi, ti attrezzi per crearti delle condizioni facilitanti ad evitare il raffreddamento, o peggio ancora, il congelamento: vesti abiti pesanti, accendi il riscaldamento, dormi sotto soffici pumini e assumi bevande calde.
Non sapremo mai se questi uomini conoscessero il freddo ma quello che il contesto in cui sono stati trovati ci dice è che sembravano non potersi proteggere di più, o meglio, di quanto stessero facendo.
Delle storie di Nabi Ahmad e Muhammad Baig conosciamo solo dei frammenti contingenti alla loro morte: non ancora 40enni, di origine pakistana, senza fissa dimora avevano eletto il casolare di via Bariglaria come loro dimora, forse come luogo in cui indugiare in attesa di altre (e migliori) possibilità. Stranieri, giovani e senza una residenza: tre fattori che configurano una condizione di marginalità sociale e civile che si aggrava se si aggiunge anche la povertà.
Nabi e Muhammad avevano fatto “fatto casa” in un luogo abbandonato. In una società che investe sulla cultura di diritti, che acquisiamo per umanità e non per nascita, la loro situazione avrebbe dovuto apparirci subito come ingiusta, prima ancora della loro morte. L’impossibilità di corrispondere con dignità a bisogni come lavarsi, scaldarsi, mangiare, esprime una condizione di vulnerabilità della persona, che evidentemente vive uno stato di fragilità tale da ridurre la capacità di agire autonomamente per modificare la propria situazione.
Nel 1998, Amartya Sen, economista e filosofo indiano, ha ricevuto il Premio Nobel per l’economia per i suoi contributi fondamentali nel definire il concetto di “povertà”. Per lo studioso la povertà non è una condizione perdurante o transitoria di “assenza di denaro” e che, quindi, non va misurata solo in termini di reddito, ma va intesa come privazione di capacità fondamentali: la possibilità effettiva di fare e di essere ciò che una persona ha ragione di valorizzare (nutrirsi, istruirsi, partecipare alla vita sociale, avere dignità, ecc.).
Questo diverso approccio fa della povertà una condizione determinata da ragioni personali e collettive: secondo il premio Nobel all’individuo deve essere data la possibilità di scegliere fra opportunità che la comunità mette a disposizione, in una continua dialettica fra ascolto e riconoscimento dei bisogni dei singoli e risorse messa a servizio della popolazione. In quest’ottica povero non è solo l’individuo ma, a livelli diversi, probabilmente lo è anche la comunità a cui appartiene.
L’essere vulnerabili è quindi il risultato di scelte mal compiute, di opportunità perse, di errori fatti? Non è così. Ognuno di noi può trovarsi in un tempo di fatica, in cui orientare la propria vita risulta faticoso, impegnativo talvolta addirittura difficile, un tempo in cui affrontare le difficoltà e mobilitare risorse per farvi fronte risulta “non possibile”. La buona notizia è che questa situazione, possibile per ognuno di noi, non è definitiva, non è necessariamente permanente.
Ognuno di noi potrebbe riconoscersi nella condizione in cui, forse, Nabi e Muhammad si sono trovati: fra quali opportunità hanno potuto scegliere? Quali risorse avevano per potersi destreggiare? In che modo la comunità li ha messi nella condizione di potersi occupare delle necessità personali, facendo leva sulle proprie e personali risorse?
Riconoscersi in una comune possibile vulnerabilità, districandosi da logiche competitive dove “vince il più forte” se riesce ad esserlo sempre e inesorabilmente, ricolloca la fatica di vivere fra le possibili vicende che intervallano l’esistenza e ci da un monito che non possiamo non ascoltare: laddove non posso arrivare, quando non riesco e quando non posso, ho diritto a poter chiedere aiuto. Siamo ricchi quando, collettivamente, riusciamo a garantirci supporto nei momenti di difficoltà? Un premio Nobel sembra dirci proprio questo.

Katia Bolelli

Pedagogista-psicologa e docente Studio Teologico di Udine

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