«Per il gioco mi ero talmente indebitato che ormai vedevo come unica via d’uscita la morte. Così sono giunto ad un passo dal suicidio…». È un racconto di grande sofferenza quello che Dario, 67enne di Trieste, fa della sua vita passata. «Ma anche di rinascita, perché uscire dalla dipendenza da gioco d’azzardo si può. E io non smetterò mai di offrire la mia testimonianza affinché possa essere d’aiuto a chi crede che non ci sia più una possibilità di “guarigione”». C’è, eccome. E lui ne è un esempio concreto. «Stavo male, ero profondamente infelice, non mi piacevo affatto, però non riuscivo a smettere di giocare, seppur in cuor mio desiderassi che qualcuno mi tendesse una mano per uscire dal baratro…».
Poi quella mano gliel’ha tesa sua madre, parlandogli dell’associazione Agita e dei gruppi di terapia condotti da Rolando De Luca, psicologo, psicoterapeuta, responsabile del Centro che opera a Campoformido e Faedis per ex giocatori d’azzardo e loro famiglie (ne parliamo nell’articolo sotto). «Dentro di me è scattato qualcosa e ho capito che avrei potuto salvarmi prendendo un’altra strada, certo faticosa, tutta in salita, ma comunque diversa dall’inferno in cui ero finito».
Così, quell’esistenza a braccetto con il vizio del gioco che lo aveva accompagnato dai suoi 15 anni – «Al tempo mi dedicavo a schedine, scommesse sui cavalli, qualcosa che sembrava innocuo» – fino ai 44, è diventata parte della testimonianza che Dario porta non solo nei gruppi di terapia di Agita, ma pure nelle scuole, in conferenze e trasmissioni televisive. «Racconto di come non riuscissi più a gestirmi, di come puntassi su tutto». I soldi non mancavano, anzi. «Lavoravo come assicuratore, poi agente di commercio e in più gestivo un bar con ricevitoria insieme alla mia ex compagna, ma spendevo tutto il guadagno, al tempo anche 500 mila lire al giorno». E quando i soldi finivano, ricorreva ai prestiti, chiedendo ad amici e conoscenti.
È così che i debiti sono lievitati. «Nonostante ciò, la frenesia del gioco non si è arrestata. Anzi, l’illusione di una vincita, con la speranza di restituire i soldi, mi spingeva a scommettere sempre più. Ore e ore davanti alle slot machines, il casinò a un passo dal confine con la Slovenia, la libertà di giocare nella mia stessa ricevitoria…». Dario ha iniziato a non dormire. «L’ossessione del gioco mi teneva sveglio anche due giorni di seguito per poi riposare giusto qualche ora…». Un vortice in cui non riusciva a trovare un appiglio per fermarsi. «Ho persino sottratto denaro da uno dei posti di lavoro, poi la vergogna mi ha portato ad autodenunciarmi e a restituire fino all’ultimo centesimo».
Ma quando tutto sembrava compromesso, la madre, oggi 88enne, offre quell’appiglio che Dario non rifiuta. «Grazie all’associazione è iniziata la mia nuova vita: la terapia mi ha aiutato a comprendere le mie sofferenze, a non avere paura di parlarne, a diventare consapevole dei miei errori, a chiedere scusa alle persone ferite, a riparare i danni fatti…».
Dal 2002 il percorso terapeutico si svolge settimanalmente fino al 2019. In quel periodo all’interno del gruppo Dario conosce Silvia, oggi sua moglie. «Il mio ingresso – spiega la donna – non era legato al gioco d’azzardo, ma alla necessità di un supporto psicologico». Ancora oggi, seppur non in presenza ma via telefono, la coppia è attiva nell’associazione.
«Ci tengo a dire che dalla dipendenza si può uscire. Facendosi aiutare però da chi è esperto». Così Dario pian piano si è riaffacciato alla vita e parte della cura, racconta, è stata anche l’esperienza di allenatore in una squadra di calcio di ragazzini da 8 a 11 anni. «Cambiare si può. Non smetterò mai di dirlo».
Monika Pascolo













