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A Udine padre Bertazzo parla di “San Francesco, uomo di pace oltre le logiche del potere”

Tutt’altro che figura da “santino” che parla agli uccelli, ma uomo inquieto, capace nella radicalità del Vangelo di violare le logiche umane del potere risvegliando i bisogni profondi dell’uomo, a partire da quello della pace. Questa l’attualità di San Francesco, a 800 anni dalla morte, secondo padre Luciano Bertazzo, direttore del Centro studi antoniani, membro del direttivo della Società italiana di studi francescani e docente di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale. Mercoledì 14 gennaio, nella parrocchia del Carmine a Udine, alle ore 17, prima della Messa in occasione della festa del Beato Odorico (che sarà presieduta alle 18.30 dall’arcivescovo di Udine, mons. Riccardo Lamba), padre Bertazzo terrà una conferenza di approfondimento sulla figura di San Francesco e sul significato di questo ottavo centenario, che prenderà avvio ufficiale sabato 10 gennaio, nella basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, ultima tappa del cammino intrapreso nel 2023 con l’anniversario del presepe di Greccio, proseguito nel 2024 con il ricordo delle stimmate e nel 2025 del Cantico delle Creature.

Professor Bertazzo, è certo che San Francesco morì il 3 ottobre 1226?

«La data è accettata da tutte le cronache ed è incontrovertibile. Avvenne a Santa Maria degli Angeli, alla Porziuncola, dove Francesco aveva esplicitamente chiesto di essere riportato da San Damiano e dal Palazzo Vescovile dove aveva vissuto gli ultimi giorni e dove, tra l’altro, aveva composto anche il Cantico delle Creature».

Qual è l’attualità di questo santo?

«Egli è un simbolo, l’immagine di un mondo in cui è possibile sognare qualcosa di diverso rispetto alla storia che stiamo vivendo. In un momento in cui assistiamo ad una drammatica violenza e violazione della pace, Francesco ed Assisi sono simbolo di incontro universale, anche di tutte le religioni. C’è poi un altro aspetto. Spesso interpretiamo Francesco come il santo che parla con gli uccellini, il Francesco zeffirelliano di Fratello sole, ma in realtà egli è un uomo che vive un’esperienza intensa e drammatica nell’itinerario di conversione, un percorso capace di violare le logiche puramente umane di potere, denaro, possesso e di risvegliare bisogni profondi che ogni uomo porta dentro di sé. Questo è il significato più bello della memoria di Francesco».

Ha citato Zeffirelli. A suo giudizio il Francesco più vero è quello del regista fiorentino o di Liliana Cavani?

«Penso che il suo dramma sia interpretato meglio dal film della Cavani. Egli fu un uomo che in una società violenta propose un modello alternativo che passa dalla conversione, una conversione dettata da un’inquietudine che trovò pace soltanto nel momento in cui fece propria la radicalità del Vangelo».

E per l’Italia, di cui è patrono, che valore ha la figura di Francesco?

«Pressoché ignorato nella sua valenza storica, Francesco venne recuperato a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. In Italia questo recupero pieno avvenne nel 7° centenario della morte, nel 1926, ad opera del Fascismo che lo definì “il più santo degli italiani e il più italiano dei santi”. Una mitizzazione che la Chiesa del tempo guardò con un certo sospetto. Nel 1939, nel drammatico momento dello scoppio della guerra, papa Pio XII lo proclamerà patrono d’Italia, assieme a Santa Caterina da Siena. Oggi possiamo dire che, oltre ad essere l’autore del primo poema in lingua italiana, il Cantico delle creature, Francesco è un ”prodotto” di quell’Italia comunale che si stava sviluppando contro il feudalesimo. Ed è un modello che va al di là di un’identità nazionale, divenendo un “fratello” universale».

Anche papa Leone XIV ha citato San Francesco nel suo recente messaggio per la Giornata mondiale della pace…

«Francesco è un esempio di quella pace “disarmata e disarmante” di cui papa Leone ha parlato fin dal suo primo saluto. E San Francesco è un esempio, a partire dal suo incontro con il sultano d’Egitto, quando, durante la Quinta Crociata, egli, contro il parere dei capi cristiani, compreso il legato papale, entrò nel campo saraceno e dialogò con il sultano. Lo stesso Francesco, nella regola non bollata lasciata ai frati, dirà molto chiaramente come si deve andare in mezzo ai “saraceni”: per testimoniare Gesù Cristo, non per convertire. Se poi il Signore vorrà che qualcuno si converta, questo sia ben accolto. È una posizione che si incrocia con l’azione della Chiesa in questi ultimi anni, penso in particolare al documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, noto come Dichiarazione di Abu Dhabi, siglato il 4 febbraio 2019 da papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyib. In questa prospettiva Francesco è per eccellenza l’uomo capace di entrare in dialogo, proponendo una religione che diviene punto d’incontro anche di percorsi diversi, ma tutti confluenti verso il valore comune della pace».

Che rapporto ha il Friuli con il francescanesimo che in questa terra si è diffuso molto precocemente?

«Il francescanesimo si è diffuso assai velocemente. Dai 7 o 12 compagni che Francesco aveva nel 1209, quando ci fu il primo riconoscimento della forma di vita comune, già nel 1217 i frati erano centinaia e centinaia, divenendo un fenomeno dilagante. Il Friuli, in quanto zona di confine e di passaggio verso l’est Europa, vide molto precocemente il radicamento dei francescani già a partire dal periodo tra il 1220 e il 1240, quando troviamo conventi a Portogruaro, Castello di Porpetto, Gorizia, Cividale, Udine, Gemona, Trieste, Capodistria, Pola».

Come visse Francesco questa diffusione “dilagante”?

«Con ansia, entrando anche in una forma di depressione che poi lo porterà all’esperienza delle stigmate. Dalla rivelazione avuta di condividere una vita semplice secondo il Vangelo “senza commenti” e in modo radicale, si ritrovò in poco tempo con 100 mila frati, tra cui intellettuali, uomini di cultura, diffusi dall’Europa all’Oriente – a questo proposito pensiamo alla figura del Beato Odorico da Pordenone e al suo viaggio missionario in Cina – con una sede apostolica che gli chiedeva di impegnarsi nell’attività pastorale. Il fascino del francescanesimo forse sta proprio anche in questo rapporto tra l’intuizione originaria e l’istituzione che poi si è creata, una dialettica continua che anima ancor oggi il mondo francescano».

Stefano Damiani

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