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Così le serie tv cambiano il nostro modo di pensare. Conferenza dell’esperta Garassini a Udine

«Le piattaforme delle serie tv hanno stravinto la sfida con il cinema. Coinvolgono sempre meno gruppi, comunità di persone e sempre più singoli, soprattutto giovani, perché quasi non esiste più la famiglia riunita a vedere un programma televisivo. Queste piattaforme, in crescita come numero e offerte di prodotti, stanno orientando mentalità, scelte e stili di vita».
La pensa così Stefania Garassini, docente di Gestione dei contenuti e Giornalismo digitale alla Cattolica di Milano, fondatrice nel ‘93 di Virtual, primo mensile di cultura digitale in Italia. Ora collabora con Avvenire, Credere ed è presidente di Aiart Milano, attiva nella formazione all’uso dei media, oltre che direttrice di Orientaserie.it, che pubblica recensioni con taglio educativo. Proprio Garassini sarà relatrice all’incontro pubblico “Da spettatori a protagonisti: come le serie tv c’influenzano più di quanto pensiamo”, in programma a Udine il 16 gennaio, alle 21, all’Istituto Bearzi, per iniziativa del Sidef con Il Pellicano, Diesse, Il Villaggio e il contributo regionale.

Professoressa, le produzioni di queste piattaforme sono diversificate?

«Qualche differenza c’è. Ad esempio, AppleTv non è molto diffusa, ma ha serie di altissima qualità, riservate a estimatori e pluripremiate».

Disney è molto cambiata.

«Non è più per bambini, ma a tutto campo sfida la concorrenza valendosi di marchi forti come Star Wars e Marvel».

E Netflix?

«Ha un catalogo ricchissimo, nella fase espansiva si è dedicata a produzioni che avevano lo scopo di creare scalpore per aumentare gli abbonamenti affrontando anche temi scabrosi, come il suicidio adolescenziale con la serie “Tredici”, oppure parlando di sesso ad adolescenti, con linguaggio esplicito e diretto con “SexEducation”, o con tasso di violenza altissimo come in “Squid Game”. Ora sta cambiando strategia, inserendo pubblicità, avvicinandosi alle reti generaliste».

Quali sono i riferimenti culturali delle serie tv?

«È stata studiata la “media élite”, un gruppo ristretto di produttori e sceneggiatori perlopiù basato in California, con visione del mondo prevalentemente liberal, responsabile della maggior parte dei prodotti di successo. Perciò nelle serie tv alcune tematiche sono sovra esposte, mentre altre sono trascurate».

Quali quelle sovra esposte?

«La violenza, la trasgressione. I ragazzi delle serie tv normalizzano comportamenti trasgressivi come il consumo di alcol e sostanze. Un altro esempio è quello del matrimonio omosessuale celebrato nella serie “Will & Grace”. La funzione delle serie è anche normalizzare comportamenti che nella società sono ancora oggetto di dibattito o trasgressivi».

E le tematiche trascurate?

«In particolare la pratica religiosa. Tutti ricordiamo le Giornate mondiali della gioventù stracolme di giovani. Dove sono questi giovani nelle serie tv? Non ci sono».

La serie “The Chosen” sulla vita di Gesù è un unicum?

«Sì. Il tema religioso è poco presente. Per capirci: in Italia gli oratori sono pieni, ma in una serie tv non si è mai sentito un ragazzo dire “vado in oratorio”, ad eccezione di prodotti come “Don Matteo” o “Che Dio ci aiuti”. Le serie sono una lente deformante».

Quali serie consiglierebbe?

«Quelle dove oltre a raccontare il male c’è una speranza, una possibilità di riscatto. Prodotti interessanti sono i cosiddetti K-drama sudcoreani; sorprende per profondità “Quando la vita ti dà mandarini”, storia di diverse generazioni di una famiglia, disponibile su Netflix. Un’altra bella, con un ritratto positivo di famiglia, è l’americana “This is Us”, su Disney+. Poi c’è “Pachinko” su AppleTv, edificante e bella. Sky ha prodotto “Hanno ucciso l’uomo ragno”, sull’amicizia. Di RaiPlay sono disponibili “Doc” (la quarta serie andrà in onda a marzo su Rai 1, ndr) e “Blanca”».

E i criteri per sconsigliare?

«Le serie dove non c’è nessuna speranza, le cose finiscono sempre male, i personaggi non hanno nessun elemento che lasci intendere un’evoluzione positiva».

Qualche esempio di serie da evitare?

«Serie fatte molto bene possono non esser adatte ad adolescenti, come “Euphoria”. Tratta di una ragazza con difficoltà di personalità e dipendenza, amici problematici e famiglie non affidabili. Ebbene all’inizio della serie è indicato un numero di telefono per il supporto psicologico. È chiara l’idea che il contenuto potrebbe mettere in difficoltà gli spettatori. Ecco, questo tipo di contenuti li considero sconsigliabili, almeno nella fase dell’adolescenza».

Flavio Zeni

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