Quello del cosiddetto “fine vita” è un tema alquanto complicato del quale è innanzitutto opportuno capire i termini. C’è una sfera religiosa che rappresenta certamente un punto di vista diverso da quello sociale, legale, scientifico, ma che dovrebbe costituire una base per verificare approcci e metodologie di intervento. A partire dalla stessa espressione “fine vita”. Fine o inizio?
«È la fine, per me l’inizio della vita» diceva Dietrich Bonhoeffer poco prima di salire sul patibolo a Flossemburg, il 9 aprile 1945. Per i cristiani la fine biologica non significa la fine della vita, ma solo il termine dell’esperienza terrena che apre alla pienezza della vita eterna in Dio. Un’esperienza che è unica per ogni singola persona, non ripetibile da nessun altro. Nessun clone o copia da parte di Dio, da quando esiste l’uomo, mai una persona è stata uguale a un’altra. Ci sono similitudini, ma non uguaglianze. È la grandezza della fantasia di Dio. E questo vale anche per la vita e la morte.
Per i cristiani vita e morte sono un unico evento che prepara alla risurrezione nella pienezza della vita, quella che chiamiamo vita eterna. Viviamo in molti momenti “vera vita”, e in molti momenti altri “morte”: tutto all’interno del cammino costante verso la risurrezione finale. Viviamo, moriamo, risorgiamo costantemente, fino al momento finale. Le esperienze di morte le facciamo durante la vita: quando moriremo non faremo esperienza della morte, sperimenteremo il morire ma non potremo raccontare la nostra morte. Conosciamo solo la morte delle altre persone, facciamo esperienza della morte degli altri. In passato, infatti, si cercava di insegnare l’ars moriendi, oltre all’ars vivendi.
Come cristiani dobbiamo approfondire questo discorso, poiché noi crediamo nella resurrezione, non solo quella di Gesù Cristo, ma anche la nostra. Dovremmo perciò passare dall’ars moriendi all’ars resurgendi. Se siamo coerenti con il nostro credere alla risurrezione, allora dobbiamo pensare che i nostri morti non sono morti, ma sono vivi, anche se in modo diverso da come lo erano prima.
Non bisognerebbe mai contrapporre la vita alla morte, perché sono parte, aspetti dello stesso mistero. Si dovrebbe invece parlare di nascita e di morte, cioè di inizio e termine del ciclo vitale. La morte è, dunque, il momento della grande trasformazione: la trasformazione della trasfigurazione e della resurrezione di Gesù. Per questo possiamo dire che la morte non è l’ultima parola sulla vita. Ecco, allora, che quando parliamo di fine vita dobbiamo essere consapevoli che parliamo di qualcosa di molto piccolo, molto parziale, pur se significativo, e di qualcosa che deve guardare a ben altro per avere significato.
Proviamo allora a trarne alcune conseguenti deduzioni.
La prima riguarda la nostra postura di fronte a situazioni di fine vita: nell’umanità di una persona c’è anche la sua spiritualità. Il che ci porta al rispetto pieno della persona stessa, della sua libertà e della sua coscienza. Il secondo punto riguarda la questione dei diritti della persona. Il diritto alla vita sì, ma senza accanimenti; il diritto alla morte invece no: porterebbe a derive pericolose, anche all’uccisione. Accompagnare alla morte sì, provocarla invece no, come pure non aiutare alcuna forma di suicidio. L’eutanasia non è un atto terapeutico. Già ai tempi di Papa Pacelli (Pio XII) si affermava che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene: è stato il primo accenno al principio del cosiddetto “accanimento terapeutico”. Viene definito moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio della “proporzionalità delle cure”. La morte non è un diritto: va accolta, non somministrata.
Un senso che trova espressione in una poesia di padre David Maria Turoldo, da “Canti Ultimi”:
Non chiedo che tu mi guarisca: / offesa sarebbe la domanda/ che esaudire non puoi: / chiedo che tu mi salvi / che tu non mi lasci per sempre / soggiacere a questa / quotidiana morte: / chiedo che il Nulla non vinca / e io non abbia più / a incenerirmi di desideri / e viva infelice anche là / come ora, qui, / solo e lontano.













