Un atteggiamento prudente nei confronti del regime fascista – che aveva preso il potere il 28 ottobre 1922 –, ma anche di tensione con esso, come ad esempio nelle critiche alla costituzione dell’Opera nazionale Balilla o all’istituzione delle Corporazioni. E poi la campagna contro la “blasfemia”, quella contro il ballo, il grande spazio dedicato all’attività dell’Azione Cattolica. Senza dimenticare il mondo, ad esempio evidenziando la guerra civile e la persecuzione dei cattolici in Messico. Tutto questo e molto altro si trova sfogliando i 51 numeri del primo anno di pubblicazione della La Vita Cattolica, il 1926, cent’anni fa.
Riprendendo un articolo dell’Osservatore Romano, già sul quarto numero del settimanale, il 31 gennaio, il direttore don Olivo Comelli – o molto probabilmente lui visto che all’epoca gli articoli non erano quasi mai firmati – delinea i caratteri che un giornale cattolico deve avere: «Lega le sue sorti all’Azione Cattolica, sta al di sopra e al di fuori dei partiti, però non al di sopra ed al di fuori della politica intesa come arte di governo e perciò governata anch’essa dalle leggi della religione e della morale (la politica tocca l’altare)».
Le tensioni con il regime fascista – le cui squadracce, ricordiamo, già nel 1921 avevano devastato la Tipografia San Paolino, in via Treppo a Udine – emergono ad esempio nell’intervento dell’allora arcivescovo, mons. Anastasio Rossi, all’assemblea federale della Gioventù Cattolica. Egli, dopo aver affermato che «le vostre bandiere hanno diritto di sventolare al sole», lamentò «che questo diritto non sia stato in questi ultimi tempi sempre rispettato, e che si abbia dovuto tollerare una coercizione di questo sacro diritto, per salvare almeno un altro diritto, ben più essenziale ed importante, quello di esistere».
Molto netta la posizione contro il disegno di legge sulla costituzione dell’Opera dei Balilla, «specialmente nei confronti dell’ingerenza statale che esso sembra volere estendere in tutte le istituzioni esistenti». E qualche settimana dopo si ribadisce che «lo Stato dovrà nell’esercizio di tale sua delicata funzione (educativa ndr) seguire il pensiero e l’indirizzo educativo voluto dai genitori e insieme favorire la missione educatrice della Chiesa».
Ma anche la costituzione del Ministero delle Corporazioni, con l’abolizione dei liberi sindacati, viene accusata di «far trionfare l’idea dello Stato sovrano che assorbe tutte le funzioni economiche e sociali sia del capitale come del lavoro». E in luglio, in occasione delle commemorazioni per i 35 anni della “Rerum Novarum”, La Vita Cattolica riporta con molta evidenza il discorso tenuto, in Seminario, dall’avvocato Agostino Candolini, secondo il quale «il corporazionismo non corrisponde alla dottrina della scuola sociale cristiana», poiché «parte da un concetto sociale di collaborazione di classe comune alla scuola cristiana, ma lo poggia prescindendo dall’elemento morale sopra l’interesse della produzione e della nazione, base insufficiente».
Nello stesso tempo il settimanale plaude all’autarchia – con un editoriale dal titolo “Pane bigio” in cui si invita alla parsimonia «per il bene della patria» –, alle leggi contro la blasfemia, dando spazio alla condanna di quattro bestemmiatori a Cividale di cui parlarono tutti i giornali italiani. Inoltre dà ampio spazio ai tre «insani» attentati subiti da Mussolini in quell’anno (“Non licet” è il titolo di un editoriale) e al Te Deum di ringraziamento celebrato dall’arcivescovo Rossi in Cattedrale per lo scampato pericolo del Duce.
Il 1926 fu anche l’anno del settimo centenario della morte di San Francesco d’Assisi (ne parliamo anche nell’articolo a pagina 7). La Vita Cattolica dedicò all’argomento numerose pagine (cosa non comune) ed anche un editoriale in cui O.C. (Olivo Comelli) precisava che «il nostro San Francesco» non è quello «vaporoso che brilla dinanzi agli occhi mondani di luce smagliante», ma è «l’araldo del Grande Re» che trasse «gli uomini alla santità non per innamorarli dei fiori, degli uccelli, degli agnelli e dei pesci», ma perché vedeva nelle creature «la scala per salire al cielo».
Grande lo spazio è dedicato alla vita ecclesiale, dalle visite pastorali dell’arcivescovo nelle parrocchie al secondo Sinodo diocesano udinese, rivolto solo ai sacerdoti si precisava, agli interventi dell’arcivescovo (la lettera pastorale sulla festa di Cristo Re stabilita istituita in quell’anno dal Papa), alle sacre processioni e feste patronali.
C’è poi, in questo primo anno di Vita Cattolica, una messe enorme di piccole notizie dai paesi («In provincia») e da Udine («In città»): le piogge autunnali che provocarono esondazioni di fiumi e crollo di ponti, le nevicate «da giorni» in montagna e in pianura, con -21 gradi a Malborghetto e -9,7 a Udine, la costruzione di chiese (ad esempio quella di Laipacco di Udine), gli interventi di restauro della cattedrale di Udine (risale al 1926 ad esempio la costruzione del tettuccio a protezione del portale centrale). E poi la polemica contro il ballo: una rubrica, «Balli proibiti», era dedicata proprio a riportare dove, paese per paese, si continuavano a fare feste da ballo, «con gran concorso di minorenni di ambo i sessi, perfino (incredibile!) fanciulli e fanciulle di 10 anni».
Cent’anni fa. Com’era Vita Cattolica nel 1926, tra prudenza e tensione col regime













