L'editoriale

Serve un ponte tra le generazioni

La distanza tra le generazioni non nasce più dal conflitto. Nasce, più silenziosamente, dall’assenza. Non ci confrontiamo più sui valori o sui gusti, perché prima ancora dello scontro è venuto meno l’incontro: ciò che non si incrocia non diventa mai oggetto di confronto. Ci muoviamo su binari paralleli, ciascuno convinto che il proprio tempo sia incomprensibile all’altro.

Per molto tempo abbiamo raccontato il divario generazionale come una frattura fisiologica: i giovani contro gli adulti, il nuovo contro il vecchio. Ma quello scontro presupponeva un terreno comune. Per opporsi, bisognava prima riconoscersi. Oggi quel terreno si è assottigliato fino quasi a scomparire. Non ci si confronta, perché manca l’oggetto stesso del confronto.

I ragazzi abitano un presente accelerato, frammentato, governato da linguaggi e simboli che cambiano con una rapidità impressionante. Gli adulti osservano questo mondo con una miscela di diffidenza e disinteresse, spesso archiviandolo come effimero. Dall’altra parte, il passato degli adulti appare lontano, opaco, privo di legami evidenti con l’oggi. In mezzo, cresce una zona di silenzio.

La tecnologia non è la causa di questa distanza, ma ne amplifica gli effetti. Le piattaforme digitali promettono connessione, ma producono esperienze sempre più personalizzate. Ognuno riceve contenuti diversi, costruiti su misura. Quando l’immaginario diventa individuale, la memoria smette di essere collettiva. E senza una memoria condivisa, il dialogo si indebolisce.

Un tempo esistevano luoghi comuni dell’esperienza: una canzone che passava ovunque, un programma televisivo che riuniva famiglie diverse, figure culturali che attraversavano più generazioni. Non garantivano consenso, ma garantivano esposizione reciproca. Oggi questi spazi sono rari. Ciò che non circola, non si trasmette.

In questo scenario, la scuola si trova in una posizione delicata. Continua, giustamente, a custodire il passato remoto, ciò che fonda la nostra civiltà. Ma fatica a raccontare il passato più prossimo e il tempo presente. Il Novecento culturale, i linguaggi della contemporaneità, le trasformazioni digitali restano spesso ai margini. Quel racconto viene lasciato quasi esclusivamente ai media e ai social, che però rispondono a logiche di velocità, semplificazione, visibilità immediata.

Così si crea un vuoto educativo. I giovani ricevono il presente senza strumenti per leggerlo, e il passato recente senza chiavi per comprenderlo. Gli adulti, a loro volta, perdono l’occasione di riconoscere nei linguaggi dei ragazzi una domanda di senso, non solo un rumore di fondo.

Ricostruire un dialogo tra le generazioni non significa uniformare i gusti o imporre gerarchie culturali. Significa coltivare la curiosità reciproca. Accettare che il tempo dell’altro meriti attenzione. Che il presente abbia una storia e che il passato continui a parlare, se qualcuno lo accompagna.

La scuola, insieme alle famiglie e alle comunità educanti, può tornare a essere un ponte: non un museo del passato, né un inseguimento affannoso delle mode, ma un luogo in cui i tempi si incontrano. Senza racconto condiviso non c’è eredità. E senza eredità, ogni generazione rischia di ricominciare da zero, più sola e più fragile.

In questa prospettiva, la distanza tra le generazioni non è solo un problema culturale, ma una questione di responsabilità. Trasmettere non significa imporre, ma prendersi cura di ciò che abbiamo ricevuto perché non vada perduto. Una comunità vive se sa raccontarsi nel tempo, se non abdica al compito di mettere in relazione padri e figli, memoria e futuro. Senza questa cura, il legame si spezza e ciascuno resta solo nel proprio presente.

Luca Gervasutti

Presidente regionale Associazione nazionale presidi

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