
Cos’è che rende persona una persona? Certamente la vita stessa con diverse sue manifestazioni, dal respiro al battito cardiaco, dalle onde cerebrali alla capacità di interagire con altri anche in situazioni di estrema difficoltà (Stefano Marangone, recentemente scomparso, ne è stato un esempio). Alcuni elementi forse meno appariscenti sono il suo volto (unico per ogni persona, fosse anche una coppia di gemelli), la sua voce, la sua creatività (o, detto altrimenti, i “talenti”). Questi elementi differenziano gli esseri umani, o – per meglio dire – esprimono un’unicità. Sono caratteristiche di umanità di cui è importante prendersi cura, custodirle sia in quanto tali (altra domanda infinita è: perché è preziosa una persona, chiunque sia?), sia perché l’umanità non sia privata di tale ricchezza.
È una riflessione profondamente antropologica quella su cui si innesta il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata delle Comunicazioni sociali 2026, che sebbene sia in calendario il prossimo 17 maggio è stato diffuso lo scorso 24 gennaio in occasione della memoria di San Francesco di Sales. «Custodire voci e volti umani» è il titolo scelto per rimarcare la necessità dirompente di una custodia tutta particolare. Non tanto dal punto di vista bioetico (quantomeno: non in questa sede), quanto invece perché la diffusione di sistemi di intelligenza artificiale porta in sé anche il rischio di «erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative». E creative. E relazionali. E pure le fragilità. Un dato su tutti, giunto non più tardi dello scorso novembre da parte di Save the Children: il 42% degli adolescenti italiani tra i 15 e i 19 anni afferma di essersi rivolto a strumenti di intelligenza artificiale per chiedere aiuto in momenti in cui si sentiva preda di tristezza, ansia, solitudine. La domanda è: siamo davvero in grado di custodire le loro voci e i loro volti se le relazioni familiari e amicali non sono più abituate a ospitare fragilità, confidenze, lacrime?
Se qualche anno fa era la televisione a catalizzare interi pomeriggi (soprattutto dei più giovani), oggi alla Tv si affianca lo smartphone, con la differenza che se la Tv offre comunque un minimo di interazione tra pari («Hai finito la stagione di quella serie Tv?», «Stasera ci chattiamo mentre guardiamo Sanremo», ecc.), l’intelligenza artificiale invece ingloba attenzione, pensieri, capacità di relazione. La comunicazione stessa è un tema antropologico, perché in quel 42% di giovanissimi la capacità creativa e sub-creatrice del loro Logos è divorata da Chat GPT.
Papa Leone è ben consapevole che questo processo non può essere arrestato (forse non sarebbe nemmeno giusto), ma va guidato e accompagnato. E offre tre strade sulle quali invita a camminare tutte le componenti della società (finanche le “big tech” che creano sistemi di IA): responsabilità, cooperazione, educazione. Quella del Papa è un’autentica chiamata al risveglio dinanzi a una tecnologia utilissima ma potenzialmente devastante, dove la dignità della persona va riconosciuta nella sua consapevolezza e nella libertà che possono maturare soltanto con adeguati percorsi cooperativi (fatti insieme) ed educativi (fatti per ciascuno). Percorsi nei quali, peraltro, trova piena cittadinanza anche la dimensione spirituale innata in ogni persona.
«La rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale», ha esortato Leone. E in effetti molti buoni percorsi sono in atto anche nel nostro territorio (pensiamo a importanti progetti scolastici in cui si impara a gestire l’intelligenza artificiale). Dinanzi all’avanzamento della tecnologia, tuttavia, sarebbe un grave errore sentirsi con la coscienza a posto perché si è organizzato un corso o un seminario: serve prendere il coraggio a due mani e investire in modo strutturale sull’educazione al digitale. Oggi è anche tra le sue pagine che ragazzi e adulti possono ritrovare i rispettivi volti e udire le voci dell’altro. Unici, personali, inimitabili.
Giovanni Lesa













