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Accanto a chi soffre, la testimonianza di padre Puppo, cappellano in ospedale

C’è chi attende con preoccupazione l’esito di un esame, chi si prepara ad un intervento chirurgico, chi ha bisogno di essere sostenuto perché le cose non stanno andando come sperava… Per ciascuno dei degenti padre Mario estrae dai libri che porta sempre con sé una preghiera specifica. «Ci sono preghiere più adatte di altre – spiega ai microfoni di Radio Spazio –, e io giro sempre attrezzato. Se non c’è un’esigenza particolare chiedo di scegliere un numero e leggiamo quello che c’è a quella pagina. Il Vangelo aiuta tanto, apre squarci di luce e a volte anche sentire una parola nuova è di conforto».

Classe 1965, originario della diocesi di Cremona, da pochi mesi padre Mario Puppo, Vincenziano, è cappellano all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine (assieme a lui prestano servizio nell’ospedale altri due sacerdoti – don Charles Maanu e don Charles Uchendu Chinedum – e a loro supporto mons. Mariano Linossi e il diacono Domenico Chiapolino).

Sulla Vita Cattolica del 4 febbraio 2025 pubblichiamo l’intervista integrale a cura di Valentina Pagani. Qui un estratto

Padre Puppo, prima di arrivare a Udine, lei svolgeva servizio a Roma come cappellano dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù. Stare accanto ai bambini e alle loro famiglie o agli ammalati adulti è tutt’altra cosa. Come cambia il servizio di un prete?
«È una realtà diversa, è vero, ma la realtà dell’uomo è sempre la stessa, sostanzialmente. Quando si parla di bambini sicuramente il coinvolgimento emotivo è più alto, il dolore innocente pesa molto. Al Bambin Gesù avevo più spesso a che fare con i familiari, qui, invece, direttamente con la persona malata e questo in un certo senso è stimolante».

Qual è il primo impegno di un cappellano, in ospedale?
«La disponibilità. Non ci sono orari e non ci devono essere limiti alle richieste. Spetta proprio al cappellano interpretare cosa può esserci dietro alla semplice richiesta di una preghiera o di una benedizione, in termini di angoscia, di paura o di bisogno d’affidamento al Signore».

Disponibilità ad ogni ora del giorno? Come si svolge la sua giornata tipo?

«Ci sono giorni in cui le “chiamate” si susseguono numerose: l’ospedale è grande, e si tratta di correre da un reparto all’altro. Altri in cui c’è più calma e ci si può dedicare alle visite con tranquillità. È in quei momenti che ci si può prendere del tempo per entrare in relazione con le persone, cercando di indagare il loro stato di benessere o di malessere, per instaurare quella vicinanza che il Papa ci chiede con il suo Messaggio per la Giornata del Malato. Leone XIV ci ricorda, in particolare, che “l’amore non è passivo, va incontro all’altro”. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre”».

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