Il più piccolo, Diego, ha quattro anni ed è alla sua seconda sfilata. Il più “grande” ne ha 60. Il gruppo varia da 11 a 17 elementi. Ma sempre rigorosamente in numero dispari. E l’antica tradizione dei Blumarji – che nasce e vive a Montefosca – li vuole non sposati (seppur al giorno d’oggi non si riesca, per carenza di partecipanti, a mantenere fede alla regola del celibato). Si tratta di un rito carnevalesco che affonda le radici indietro nel tempo – forse a fine 1800, essendoci traccia della presenza delle maschere bianche già nel corso della Prima guerra mondiale – e che anche quest’anno, domenica 15 febbraio, torna puntuale nella piccola frazione del comune di Pulfero. È lì, nell’alta Val Natisone, che si sta scrivendo con grande orgoglio e passione una pagina di resilienza. Doppia. Perché non solo si resiste allo spopolamento – ci sono 14 abitanti –, ma pure si porta avanti qualcosa di unico nel panorama carnevalesco d’Italia (e forse d’Europa). Grazie alle tipiche maschere vestite di bianco, con una serie di campanacci legati sulla schiena, un grande copricapo a forma di albero adornato con striscioline di carta colorata, un lungo bastone in mano e al collo un fazzoletto donato dalla fidanzata come pegno d’amore. Ad ogni Carnevale si ritrovano nel paese d’origine per far festa. «La sfilata consiste nella corsa lungo un circuito di qualche chilometro, partendo e tornando a Montefosca, dopo aver attraversato il vicino borgo di Paceida – racconta Samuel Zantovino, 34 anni, presidente dell’Associazione Blumarji, “blumaro” da quando ne aveva 6 –; il percorso prevede oggi tre giri, ma una volta erano quanti i partecipanti».

Durante il tragitto le maschere si fermano nelle case dove sono accolte calorosamente per un ristoro (c’è chi torna appositamente per aprire le finestre, accendere il fuoco e dare il benvenuto ai Blumarji), prima di ripartire correndo per portare a compimento un suggestivo rituale legato al risveglio della natura e all’arrivo della bella stagione – annunciato dal rumore dei campanacci e rappresentato dai colori del copricapo che rappresentano i fiori –, festeggiando insieme anche il passaggio tra l’età giovanile e quella adulta. «La tradizione prevedeva che all’arrivo l’abito bianco come la neve candida, costituito da camicia e pantaloni, dovesse rimanere immacolato – illustra Zantovino –; si trattava di una necessità in quanto, non essendoci soldi per nuove stoffe e nemmeno abbondanza, le mamme utilizzavano le lenzuola per realizzare i vestiti che, una volta conclusa la sfilata, si scucivano per rifare immediatamente il letto per la notte».

Anche il grande copricapo dei Blumarji – il nome del gruppo pare derivi da “blume”, che significa fiore in lingua tedesca – ha un valore particolare. Molti di quelli utilizzati attualmente sono gli stessi indossati da padri, nonni e bisnonni. Sono realizzati con il “palût”, un tipo di erba che cresce vicino ai fossi. È una sorta di paglia che viene fatta seccare secondo una precisa procedura, affinché non si spezzi quando la si intreccia a mano. «Stiamo cercando di rinnovare alcuni cappelli ormai rovinati e usurati – racconta il presidente del gruppo –; la difficoltà è reperire la materia prima in quanto non è più comune come una volta. Per quanto riguarda la fase realizzativa, per fortuna alcuni Blumarji del passato ricordavano quanto visto fare dalle proprie madri». Ciò ha garantito che la procedura non si perdesse e oggi alcune nuove leve stanno assicurando continuità anche a questo elemento della tradizione.

Così il Carnevale si rinnova di anno in anno come festa collettiva che mai, andando indietro con la memoria, ha subito interruzioni. «Persino durante la pandemia, nel 2021, c’è stata la sfilata, seppur in forma ridotta, grazie a tre Blumarji che sono saliti in paese e, con la mascherina anticovid, hanno percorso il tragitto rinnovando il rituale».
Un momento suggestivo che le maschere di Montefosca – nel 2025 in “trasferta” anche in Sicilia e in Sardegna (in questo caso alla famosa “Festa delle ciliegie” di Lanusei), protagoniste con i loro colori e i loro suoni – si apprestano di nuovo a vivere, coinvolgendo tutti coloro che domenica 15 febbraio arriveranno in paese per assistere a qualcosa di unico. «È un Carnevale che non esiste altrove e farlo conoscere a più persone possibile è per noi motivo di grande orgoglio», aggiunge il presidente. Da non perdere l’affascinante rito della vestizione dei Blumarji, alle 13.30, a cui farà seguito la corsa tra le borgate. Seppur i bambini, Diego compreso, abbiano il compito di coprire un tragitto più corto, è la loro corsa la garanzia del futuro di un’usanza che continua ad emozionare. Protagonisti e spettatori. Perché in scena non ci sono solo maschere, ma il profondo senso di appartenenza a una comunità che, pur avendo oggi i suoi “figli” a vivere altrove, non vuole morire. E con caparbietà mantiene vivo un rito che inonda di colori e allegria le strade del paese. «Lì ci sono i nostri ricordi più cari: molti di noi, bambini, trascorrevano le estati a Montefosca con i nonni. Ciò ha creato un profondo legame e senso di appartenenza che nemmeno lo spopolamento potrà spezzare».
Monika Pascolo














