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La lezione del sisma: partecipazione e comunità

La sfida era impegnativa. Anzi, ardua: rileggere il terremoto del 1976 – con i mesi e gli anni della ricostruzione – per cogliere aspetti significativi in merito al mantenimento dei legami comunitari. Se da un lato è semplice ricordare come un evento tragico fu capace di aggregare sopravvissuti e paesi, ben altro è mutuare quegli elementi nel contesto odierno, in cui società e paesi, Chiesa e persino politica, sono radicalmente diversi. Domenica 15 marzo, ad Artegna, quella sfida è stata raccolta dalla Chiesa udinese, capace di mettere attorno a uno stesso tavolo – o quantomeno su sedie vicine – mondi diversissimi, accomunati però da un unico obiettivo: cogliere quegli elementi di “costruzione della comunità” validi ieri come oggi. L’appuntamento era il secondo del ciclo che l’Arcidiocesi sta proponendo per fare memoria del sisma del 1976 e, al contempo, trarre dalla storia spunti di attualizzazione dell’agire pastorale.

De Tina: «Dal sisma la consapevolezza che ognuno è sacro»

«All’una e venti di notte del 7 maggio, quando una nuova scossa fece crollare la facciata della chiesa, una donna mi disse: “ha visto?”. Io però ero più preoccupato per le case della gente… “le case si ricostruiranno presto”, disse quella donna. Già si pensava alla ricostruzione». L’aneddoto di mons. Rizieri De Tina, parroco di Nimis, ha ben introdotto i lavori. «Successivamente, per la prima volta nella storia del Friuli, c’è stata un’invasione… di beneficenza: eravamo stati invasi più e più volte e questo ci ha resi un popolo diffidente, chiuso verso il “forestiero”. Eppure, vedendo gente “da fuori” che ci invadeva per beneficenza, il terremoto ha preparato il terreno alla società attuale, dove i nostri paesi sono costituiti da persone di ogni provenienza. È proprio nelle persone – ha affermato infine “pre Rizieri” – che con il terremoto è venuta a mancare la differenza tra sacro e profano: ognuno è sacro!»

Dominici: «La ricostruzione? La più bella pagina della nostra storia»

«La ricostruzione è stata la più bella pagina di storia del Friuli», ha affermato Roberto Dominici, già assessore regionale alla ricostruzione. Una vera proclamazione: «La gente si è subito data da fare, siamo stati investiti di responsabilità dai livelli decisionali statale e regionale, che pure hanno dato il loro pieno sostegno. Questo ha permesso di ricostruire i paesi “dov’erano e com’erano”, dando valore alla voce delle persone direttamente interessate dal sisma (che conoscevano il territorio e le esigenze della popolazione) e preservando le diverse identità locali». Come rinvigorire, oggi, di quel “senso di comunità” che ha animato la ricostruzione? «Studiando e facendo propria la prima parte della nostra Costituzione, quella dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini», ha chiosato Dominici. «Lì si parla dei valori che costruiscono la comunità e la società. E poi serve una politica con una prospettiva di medio e lungo termine, in cui la gente riprende a partecipare».

Cremaschi: «Dalla Chiesa servono proposte alte»

«Io non ero presente nei giorni del terremoto: sono arrivata a Moggio Udinese con il mio gruppo scout nell’inverno 1976 per dare una mano. Abbiamo sofferto il freddo, ma abbiamo dato il nostro contributo» ha ricordato invece la neuropsichiatra Silvana Cremaschi, bergamasca di origine. Lei, giovane di allora e – oggi – a contatto con generazioni di giovani, ha acceso i riflettori su alcune dinamiche delle nuove generazioni di cinquant’anni fa… e di oggi. «All’epoca non c’erano grossi ostacoli: quella sera mio marito, da Udine, è salito in auto con un amico e sono andati subito a scavare tra le macerie» ha ricordato. «Ma questo è il modo di fare dei giovani: un giovane “fa”! Con il Covid, invece, è stato detto ai giovani di restare chiusi in casa. A dire il vero – ha proseguito la neuropsichiatra – qualche esperienza positiva c’è stata, con giovani che, dotati delle dovute sicurezze, hanno aiutato soprattutto anziani con la spesa o gli animali domestici. La possibilità c’era…». Quali proposte per i tempi odierni? «La Chiesa deve restare incarnata nella società e non deve temere di fare proposte alte, elevate per i giovani. Di che tipo? Settimane residenziali, ritiri, “andiamo a Taizé”, “facciamo volontariato”, eccetera. I genitori avranno qualche timore, forse all’inizio verranno pochi giovani: non importa, cominciamo con tre o quattro».

Suor Revelant: «Ogni vita è un dono»

Sono ben nitidi i ricordi nella mente di suor Daniela Revelant. Friulana di Magnano in Riviera, anche lei ha vissuto il sisma in prima persona. «L’estate del 1976 fu carica di “storie sacre”, di grandi esperienze di solidarietà. Sembrava che i confini dei paesi fossero crollati con il terremoto, si faceva a gara per aiutarci. C’era il desiderio di ricominciare». Da dove ripartire, dunque, per “tessere legami” ancora oggi? «Noi ci occupiamo anche di educazione», ha affermato suor Revelant in chiusura, ricordando il carisma della sua congregazione religiosa. «Dobbiamo educarci al rispetto di ogni vita, perché ognuna di esse è un dono. E questo vale a tutte le età».

Mons. Ivan Bettuzzi e suor Franca Lapo

Le prospettive: una Chiesa “antisismica”

I legami di comunità si costruiscono con tutte le componenti del territorio. Si può sintetizzare così l’intervento della salesiana suor Franca Lapo al convegno di Artegna. La religiosa era stata chiamata a tracciare alcune prospettive odierne per – come recitava il titolo del convegno – “tessere legami”. «Con il nostro oratorio, a Pavia di Udine, operiamo con diverse associazioni del territorio. I ragazzi e, in generale, la comunità sono gli stessi».

Di tenore prettamente pastorale, invece, l’intervento di mons. Ivan Bettuzzi, una cui sintesi sarà pubblicata anche nella rivista che La Vita Cattolica pubblicherà in occasione del 50° anniversario del terremoto. «La vita ecclesiale di questi decenni è stata attraversata da scosse profonde. Alcune possiamo definirle “sussultorie” e colpiscono dal basso, minano la stabilità e fanno sgretolare ciò che sembrerebbe acquisito». Come affrontare questa situazione? Un’ispirazione può venire dalle tecniche ricostruttive. «La prima reazione può essere quella dell’irrigidimento: progettiamo strutture pastorali più forti, in grado di fronteggiare la spinta distruttiva. Ma sappiamo dall’esperienza che questo non funziona. Fuori di metafora, bisogna intervenire sulla struttura ecclesiale in modo tale che dialoghi con le spinte della trasformazione e ne tragga lo stimolo a ripensare tutto il suo progetto perché l’edificio possa trovare nuova stabilità».

Giovanni Lesa

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