Nel primo pomeriggio di giovedì 26 marzo 2026, nella cappella della casa circondariale di Tolmezzo, si è rinnovato l’incontro tra l’arcivescovo di Udine, mons. Riccardo Lamba, e un gruppo di detenuti. Un appuntamento che si inserisce nel cammino avviato durante il Giubileo della Speranza e che, nel tempo della Quaresima ormai prossimo al Triduo pasquale, ha assunto un’intensità particolare. Accanto all’Arcivescovo erano presenti il cappellano padre Claudio Santangelo, alcuni volontari e gli agenti della Polizia penitenziaria. Un contesto semplice e sobrio, ma carico di attesa e di ascolto.
Al centro dell’incontro, le ultime sette parole di Gesù sulla croce: un vero testamento d’amore, capace di mettere in dialogo il mistero del Calvario con la realtà concreta di chi vive la restrizione della libertà. Parole che non restano lontane, ma raggiungono, interrogano e aprono varchi interiori. A fare da silenzioso punto di riferimento, al centro della cappella, il grande crocifisso realizzato da un detenuto con materiali di scarto: giornali, carta, stoffa, fino a elementi semplici come zucchero, caffè e farina, utilizzati per le sfumature. «Con lo scarto si possono fare cose grandi», ha ricordato padre Claudio Santangelo, ripercorrendo la storia di quest’opera nata nel 2021 tra le mura di una cella.
Quel crocifisso è diventato negli anni un segno vivo di speranza: portato a Roma e benedetto dal Santo Padre durante il Giubileo dei detenuti, accolto in altre realtà ecclesiali, fino a fare ritorno a Tolmezzo dopo aver accompagnato la preghiera nella “24 ore per il Signore” nel Duomo del capoluogo carnico. Un’opera priva di valore economico, ma profondamente ricca dal punto di vista umano e spirituale, capace di raccontare una rinascita possibile.
L’autore, G.C., ha condiviso con semplicità il vissuto che ha accompagnato la sua realizzazione: un tempo segnato dalla fatica, ma anche attraversato da una pace inattesa. «Mentre inserivo i chiodi – ha confidato – chiedevo perdono a Gesù. Quel crocifisso è stato il mio compagno di cella». Parole essenziali, ma capaci di rendere percepibile un’esperienza interiore profonda.
Davanti a quell’immagine, mons. Lamba ha invitato i presenti non solo a guardare, ma a lasciarsi coinvolgere: «Se foste voi al suo posto, cosa direste?». Una domanda semplice, eppure capace di aprire un dialogo vero. I detenuti hanno risposto con sincerità, parlando di emozione, di brividi, di una presenza che colpisce e interpella. Qualcuno ha riconosciuto in quel volto una sofferenza reale, altri vi hanno intravisto una speranza che non si spegne.
Riprendendo le parole di Gesù sulla croce, l’Arcivescovo si è soffermato su alcune espressioni decisive. «Padre, perdona loro», innanzitutto: una parola che rivela un amore che non si interrompe nemmeno davanti al male. «Dio continua ad amarci sempre – ha sottolineato – anche nei nostri blackout, nelle cadute, nei tradimenti». Un amore che non giustifica il male, ma non smette di cercare l’uomo.
Altrettanto forte il richiamo al grido «Ho sete», interpretato non come bisogno fisico, ma come espressione di un desiderio profondo di amore. Da qui la domanda rivolta ai presenti: siamo consapevoli della sete di amore che portiamo dentro? E sappiamo riconoscere quella degli altri?
Un interrogativo che ha suscitato anche imbarazzo, soprattutto davanti alla consapevolezza dei propri limiti. Ma proprio in questo spazio fragile si è inserito l’invito dell’Arcivescovo: non fermarsi agli errori, ma ripartire dalla verità di un amore ricevuto e da ridonare.
Per esprimere questa dinamica, mons. Lamba ha utilizzato immagini semplici ed efficaci: quella della ruota del mulino, che riceve l’acqua e la restituisce, e quella di un padre che gioca con il figlio. «Se dono amore, questo ritorna», ha detto. «È un “gioco” che a Dio piace, anche se noi spesso lo interrompiamo. Ma Lui non si stanca e ci rimette sempre in cammino».
Nel dialogo sono emerse anche altre parole del Crocifisso: l’affidamento alla Madre, la promessa al buon ladrone, segno che nessuna vita è definitivamente perduta. Frammenti di Vangelo che, riletti alla luce delle esperienze personali, hanno assunto un valore nuovo e concreto.
L’incontro si è concluso con la lettura delle sette parole di Gesù e con il canto “Madre io vorrei”, accompagnato all’organo. Un momento di raccoglimento che ha sintetizzato il senso dell’intero pomeriggio: anche dentro le mura di un carcere, sotto lo sguardo del Crocifisso, è possibile riscoprirsi amati e chiamati a diventare, a propria volta, testimoni di quell’amore.
Un messaggio semplice, ma esigente: lasciarsi raggiungere dall’amore di Dio, manifestato nel Figlio sulla croce, e provare a tradurlo in parole e gesti concreti. Perché proprio lì, dove tutto sembra segnato, può riaccendersi una speranza nuova.
Bruno Temil














