Opinioni

Il Friuli: patria e matria

La Patria del Friuli esiste da molti secoli: in un inno aquileiese, infatti, Everardo, duca del Friuli dall’846 all’868, appare come “princeps patriae”.

Per quale ragione fu chiamata così la nostra “terra dei padri”?

Patria del Friuli – spiega Giandomenico Ciconi in “Udine e sua Provincia” del 1862 – “era una divisione etnografica per non dir nazionale, e indicava un popolo convivente sotto la stessa legge in una data estesa regione. Così eravi la Patria di Vaud, la Patria di Savoia, la Patria di Provenza”.

Poche erano, dunque, le patrie nel frammentato mosaico feudale europeo.

Il significato di “patria” fu stravolto in epoca moderna, in particolare nell’Ottocento, quando alcune piccole patrie vollero annettersene altre –  la Prussia in Germania e il Piemonte in Italia – per formare Stati nazionali, chiamati a loro volta “patria”: impropriamente, tuttavia, perché se “patria” significa “terra dei padri”, la Sicilia, ad esempio, non può essere la patria dei sardi.

Perché allora fu adoperata la parola “patria” per definire la somma delle regioni o province accorpate in uno Stato nazionale? Perché è una parola forte, compresa da tutti, che riassume molti significati (lingua, religiosità, tradizioni, un modo di vivere), e così si spiega l’imposizione del monoglottismo, dapprima per formare e cementare le più vaste patrie, poi anche per giustificare mire espansionistiche: “Ein volk. Ein Reich. Ein Führer” disse Hitler a Vienna il 13 marzo 1938, per giustificare l’annessione dell’Austria (poi sarà la volta dei Sudeti …).

Orbene, essendo il Friuli l’unica regione in Italia che conservò il titolo di “patria” per un millennio, è ovvio che, dopo il 1866, la parola diventò equivoca nella comunicazione.

Ben prima di D’Annunzio, quindi, che nel 1928 definì “custodi della piccola patria nella grande” Chino Ermacora e gli altri del suo cenacolo letterario, fu necessario distinguere le due patrie, piccola e grande, e la distinzione appare implicita già nella testata del quotidiano “La Patria del Friuli”, pubblicato per la prima volta il 7 ottobre 1877.

Ma da circa mezzo secolo si parla anche di “matria”, felice neologismo così spiegato nel Vocabolario Treccani: “Luogo fisico e metaforico d’accoglienza, al di là delle appartenenze nazionali, etniche, religiose, sociali, di genere ecc., contrapposto alla patria come realtà storica definita dai discrimini dell’identità nazionale e dell’appartenenza nativa a un dato territorio”.

La “matria”, in conclusione, è vasta come la “patria”, ma è portatrice di altri valori: la seconda è chiusa ed escludente, la prima è aperta e accogliente.

Noi tuttavia, attribuiamo alla “matria” un significato più esteso, perché siamo convinti che si può vivere senza “patria” (“terra dei padri”) come i popoli nomadi, ma non senza “matria”: i due concetti coincidono quando un popolo migrante si insedia stabilmente su un territorio, e allora è la “matria” che caratterizza la “patria”: la Liguria diventa la terra dei Liguri, la Venetia dei Veneti, l’Andalusia (olim Vandalusia) dei Vandali, la Borgogna dei Burgundi …

Le regioni antiche erano più matrie che patrie: basti ricordare, per rimanere in casa, che quando la Carnia era la terra dei Galli Carni dalle Alpi ad Aquileia, c’erano presenze venetiche al suo interno, e ciò significa che sul suo territorio risuonavano più lingue: a partire dal 181 a. C. la lingua dei Carni qui convisse con il latino e con le parlate dei primi coloni (Irpini, Sanniti …), e l’Olimpo si popolò di nuovi dèi, chiamati Belinus, Asesontius, Mitra …!

Non sempre cultura e territorio coincidono: la Svizzera, ad esempio, è una “patria” per tutti i suoi cittadini, che sono nutriti – in senso culturale e morale – da quattro “matrie”, distinte per la lingua.

Il Patria del Friuli, ovvero la Piccola Patria, è ancora dotata di “matria”, che continuerà a esistere finché sarà viva la lingua friulana nelle sue varietà, fin che si riaccenderanno i fuochi dell’Epifania, fin che si riandrà al “bacio delle croci”, fin che ai margini risuoneranno dialetti veneti, sloveni, slavi, germanici, e, come attualmente, le nuove lingue degli immigrati.

Come scrisse Vittorino Meloni, abruzzese di origine, nei giorni del terremoto, si può diventare friulani: evidentemente non solo per residenza (patria), bensì per condivisione di valori morali e culturali (matria).

Gianfranco Ellero

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