“Alla revisione al ribasso delle stime rispetto a tre mesi fa si aggiunge una crescente preoccupazione per l’evoluzione del quadro economico: qualora l’attuale fase dovesse protrarsi fino all’estate, il rischio è quello di una stagnazione, con possibili scenari recessivi nel caso in cui si estendesse fino a fine anno». Così il presidente di Confindustria Udine, Luigino Pozzo, commenta il report sugli scenari economici sulla base dei dati di aprile, presentato da Confindustria. «A tale preoccupazione – aggiunge Pozzo – si accompagna un diffuso senso di frustrazione per l’assenza di risposte europee tempestive e adeguate alla complessità delle difficoltà che stiamo affrontando». Secondo Pozzo l’agenda delle cose da fare è nota: «semplificazione normativa e completamento del mercato unico, transizione green realistica e non penalizzante per l’industria, strumenti finanziari e di debito comune, sovranità tecnologica, difesa comune, mercato unico dell’energia. Ma i tempi di assunzione delle decisioni non sono compatibili con la velocità e la gravità dell’evolversi del quadro internazionale».
Riguardo al costo dell’energia, il presidente spiega che «abbiamo chiesto di sospendere l’Ets che impatta tantissimo sul costo dell’energia, ma finora non c’è stata risposta. La sospensione viene chiesta perché crediamo che con la rimodulazione ci si metta troppo tempo e noi abbiamo bisogno di risposte immediate. L’energia in Italia la stiamo pagando più degli altri Paesi europei, in alcuni casi addirittura quasi 2-3 volte. Questo, per noi, è ormai un tema di pura sopravvivenza e bisogna fare presto».
Nonostante le difficoltà, Pozzo definisce il sistema produttivo del Friuli-Venezia Giulia come «tenace e flessibile» e «vuole continuare a investire per accrescere la propria competitività. Da questo punto di vista, stiamo aspettando il decreto sull’iperammortamento, atteso per i primi di maggio, senza il quale non riusciremo a mettere a terra questi investimenti». Il rischio, conclude Pozzo, è «che la pressione del breve termine riduca gli investimenti in innovazione e indebolisca la crescita futura delle nostre aziende. Lo vado dicendo da tempo: il fenomeno della deindustrializzazione, in Europa e in Italia, negli ultimi 15-20 anni è drammaticamente reale e documentato. Bisogna invertire la rotta. La competitività deve diventare la bussola di ogni politica europea. O saremo capaci di rimettere l’industria al centro, oppure siamo destinati inesorabilmente al declino, con conseguenze economiche e sociali pesanti».
L’analisi
Il quadro macroeconomico internazionale, si legge in una nota di Confindustria, ha registrato un significativo deterioramento nel corso degli ultimi due mesi, a seguito dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente. I segnali di graduale normalizzazione dell’attività economica, emersi all’inizio dell’anno, risultano oggi ampiamente ridimensionati. Le iniziali aspettative dei mercati, che incorporavano l’ipotesi di un conflitto di breve durata, sono state rapidamente disattese dal blocco dello stretto di Hormuz, con effetti rilevanti sui flussi energetici globali. Le ripercussioni del conflitto tendono a estendersi oltre l’area del Golfo, fortemente integrata nell’economia mondiale, coinvolgendo diversi comparti: trasporti, logistica, turismo e, più recentemente, anche il settore manifatturiero stanno già risentendo dell’instabilità geopolitica.
Lo shock energetico si è tradotto in un aumento diffuso delle pressioni inflazionistiche, in un irrigidimento delle condizioni finanziarie e in un deterioramento del clima di fiducia. Ne deriva una revisione al ribasso delle prospettive di crescita a livello globale e, conseguentemente, regionale rispetto alle valutazioni formulate tre mesi fa. Le tensioni geopolitiche riportano dunque al centro dell’analisi i rischi connessi all’inflazione e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento, con impatti rilevanti sulle principali economie mondiali.
La politica monetaria, in tale contesto, si manterrà improntata a cautela. Nell’area dell’euro, la Banca Centrale Europea dovrebbe intervenire con un aumento dei tassi di riferimento entro l’estate, al fine di contenere le dinamiche dei prezzi interni.
Lo scenario previsivo delineato assume comunque, come ipotesi di base, una progressiva attenuazione delle operazioni militari in queste settimane, pur restando esposto a significativi rischi al ribasso, legati alla durata del conflitto e alle sue conseguenze in termini di capacità produttiva, dinamiche inflazionistiche ed efficacia delle politiche monetarie nel contrastare gli shock.
Le prospettive per l’economia regionale
Alla luce di un contesto esogeno più sfavorevole rispetto a quello delineato a inizio anno, le stime di crescita per il Friuli-Venezia Giulia sono state riviste al ribasso. Nel 2026 il PIL regionale è previsto in aumento dello 0,2%, tre decimi di punto in meno rispetto alle previsioni formulate tre mesi fa, secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi di Confindustria Udine su dati Prometeia (aprile 2026). Per il 2027 si prefigura una crescita contenuta, pari allo 0,4%.

L’inflazione, secondo le più recenti stime della Banca d’Italia, potrebbe attestarsi al 2,6% nel 2026 (dall’1,5% del 2025), sospinta dal marcato incremento dei prezzi energetici: il petrolio si colloca intorno ai 100 dollari al barile (dai 60 dollari di dicembre 2025), mentre il gas naturale raggiunge circa 42 euro/MWh (dai 30 euro pre-conflitto in Medio Oriente). A tali dinamiche si associano rincari diffusi di beni e materie prime, tra cui alluminio, rame, urea e fertilizzanti. Per il 2027, se il contesto dovesse migliorare, sarebbe atteso un rientro dell’inflazione sotto il 2%.

Atteso un rallentamento dei consumi delle famiglie
Nel 2026 i consumi delle famiglie dovrebbero registrare un marcato rallentamento, con una crescita stimata dello 0,3% (rispetto allo 0,8% previsto a gennaio), riflettendo l’erosione del potere d’acquisto, l’aumento dei costi di finanziamento e una maggiore propensione al risparmio. Nel 2027 la crescita dei consumi dovrebbe attestarsi allo 0,6%, in un contesto ancora caratterizzato da cautela nelle decisioni di spesa e da un mercato del lavoro debole.

Gli investimenti fissi lordi sono previsti in aumento dell’1,3% nel 2026, in rallentamento rispetto al +2,3% del 2025, risentendo del peggioramento della redditività, delle prospettive di domanda e dell’aumento del costo del credito. Nel 2027 la dinamica degli investimenti è attesa ulteriormente in decelerazione (+0,4%).
Il PNRR, assieme agli incentivi fiscali, continuerà a fornire un contributo rilevante alla crescita quest’anno, in particolare attraverso il sostegno agli investimenti in costruzioni non residenziali e ai beni strumentali, anche in funzione del miglioramento dell’efficienza energetica dei processi produttivi.
Mercato del lavoro: difficile reperimento di competenze
Dopo la fase espansiva degli ultimi anni, il mercato del lavoro evidenzia segnali di rallentamento. Nel 2026 le unità di lavoro sono previste in crescita dello 0,2%, in linea con l’andamento del PIL. La domanda di lavoro appare sempre più orientata alla qualità delle competenze, piuttosto che alla quantità.
Il tasso di occupazione (15-64 anni) è stimato in aumento dal 69,2% del 2025 al 69,5% nel 2026, fino al 70,0% nel 2027 (66,6% nel 2019). Tale dinamica riflette diversi fattori strutturali: l’innalzamento dell’età pensionabile, l’invecchiamento della popolazione attiva, le difficoltà di reperimento di competenze adeguate e le maggiori esigenze reddituali delle famiglie. Il tasso di occupazione regionale rimane inferiore a quello tedesco (77,2% nel 2025), in linea con quello francese (69,4%) e superiore a quello spagnolo (67%).
Il tasso di disoccupazione è previsto al 4,8% nel 2026, in lieve aumento rispetto al 4,6% del 2025, e al 4,9% nel 2027.














