L'editoriale

Social ed elezioni

C’è un momento preciso in cui abbiamo già perso. Succede quando leggiamo qualcosa che ci fa infuriare e il dito parte da solo: apriamo i commenti, rispondiamo, condividiamo, torniamo a vedere se qualcuno ha replicato. Per noi è rabbia. Per la piattaforma sono minuti trascorsi online, interazioni, dati. Valore.
Facebook, Instagram, TikTok, X e YouTube si contendono una risorsa scarsa: la nostra attenzione. I sistemi che scelgono cosa farci vedere imparano continuamente quali contenuti riescono a trattenerci. E rabbia, indignazione, paura, appartenenza politica hanno una qualità preziosa: ci fanno reagire. Un recente esperimento pubblicato su “Nature” ha osservato che una selezione dei contenuti basata sul coinvolgimento degli utenti amplificava contenuti carichi di indignazione, aumentando anche la percezione dell’ostilità fra gli schieramenti.
A guadagnarci sono anzitutto le piattaforme: più attenzione significa più possibilità di monetizzarla. Ma il meccanismo viene imparato rapidamente anche da chi cerca visibilità. Un politico scopre quali parole accendono i suoi sostenitori. Un influencer impara quanto rende uno scontro. Una testata sa quale titolo farà discutere. Anche noi capiamo presto quale post raccoglie cento commenti e quale passa inosservato.
E quando tutti alzano la voce, cambia qualcosa anche fuori dallo schermo. Cambia il linguaggio con cui descriviamo gli altri. L’avversario diventa un idiota, un venduto, un fascista, un comunista, un invasore, un nemico.

Le parole servono sempre meno a capire e sempre più a riconoscersi: dicono da che parte stiamo e chi vogliamo tenere dall’altra.

Cambia persino la misura che prendiamo della società. Quello che incontriamo continuamente sullo schermo finisce per sembrarci enorme. Dieci persone furiose possono occupare per giorni il nostro orizzonte digitale; centinaia di persone dubbiose, moderate o semplicemente disinteressate possono sparire. La visibilità comincia così a confondersi con la rappresentatività.

A quel punto anche la politica entra nel circuito. Partiti e candidati hanno sempre cercato di capire cosa mobilita gli elettori. Oggi dispongono, direttamente o indirettamente, di una gigantesca macchina che misura reazioni quasi in tempo reale. I messaggi che infiammano una comunità diventano immediatamente riconoscibili. Possono essere ripetuti, affinati, spinti ancora.

Le urne arrivano alla fine di questo percorso. Forse si spiega anche così la vittoria in Europa dell’estrema destra. Nessuna elezione si spiega con un algoritmo: pesano economia, disuguaglianze, immigrazione, guerre, identità, territori, fiducia nelle istituzioni. Eppure, sarebbe ingenuo ignorare l’ambiente nel quale, ogni giorno, costruiamo l’immagine di chi ci sta di fronte e decidiamo quali questioni meritano paura, rabbia o speranza. La stessa Unione europea considera ormai i sistemi di raccomandazione delle grandi piattaforme un possibile fattore di rischio per il dibattito pubblico e per i processi elettorali.

Dietro questa architettura ci sono inoltre aziende private, proprietari, modelli di business e scelte progettuali. La domanda “perché vedo questo?” porta inevitabilmente a un’altra: chi trae vantaggio dal fatto che io continui a guardarlo?

Potremmo cominciare da qui. La prossima volta che un post ci farà salire il sangue alla testa, prima di regalargli un commento, una condivisione e altri dieci minuti della nostra vita, proviamo a uscire dalla scena per un istante.

Prima di reagire, vale la pena allargare l’inquadratura: capire da dove arriva quel contenuto, che cosa lascia fuori, quali voci rende invisibili. Perché ciò che occupa più spazio sullo schermo non coincide per forza con ciò che pesa di più nella realtà. Spesso coincide soltanto con ciò che sa catturare meglio la nostra attenzione.

La nostra attenzione vale denaro, consenso e potere. Decidere a chi darla è già una forma di cittadinanza.

Davide Sciacchitano

Articoli correlati

I valore del dissenso

Con questa edizione, Pordenonelegge richiama la libertà di espressione, di manifestazione del pensiero, il valore del dissenso, ancor più prezioso dove viene negato». E ancora: «Norberto Bobbio ci ricordava come il discrimine…

AfD, vince la demagogia

Nelle elezioni del 6 settembre nel Land tedesco della Sassonia-Anhalt il partito di destra Alternative für Deutschland (AfD) ha ottenuto il 43,8% dei voti, più che il doppio sia rispetto ai cristiano-democratici sia al…

Fine vita, l’altra via

È realmente necessario o anche solo opportuno che le regioni legiferino in materia di suicidio assistito in attesa di una legge parlamentare che ne regoli la materia? Il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia,…