
Commento al Vangelo del 1° marzo 2026,
II Domenica di Quaresima (Anno A)
Mt 17, 1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
Parola del Signore.
A cura di don Nicola Zignin

Per comprendere il Vangelo della Trasfigurazione bisogna sempre tener conto dei versetti precedenti, in cui Gesù per la prima volta annuncia ai discepoli il rifiuto che dovrà subire da parte degli uomini, un rifiuto così netto, rabbioso, e allo stesso tempo cieco, che lo porterà a subire la morte di croce. Di fronte a questo annuncio lo shock è enorme, tale che Pietro prendendo in disparte Gesù gli dice: «Non sia mai Signore, questo non avverrà» (Mt 16,22). Ma Gesù lo apostrofa: «Va’ dietro a me Satana! Tu mi sei di scandalo perché non pensi come Dio, ma come gli uomini» (Mt 16,23), lasciando a loro e a tutti noi questa massima: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la sua vita per me la salverà» (Mt 16,25) e provocandoci con una domanda verso una decisione: «A che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde la sua vita?» (Mt 16,26).
In questo quadro si inseriscono le letture di questa domenica, collegate tra loro così dalla preghiera colletta: «O Dio che chiamasti alla fede i nostri padri e hai dato a noi la grazia di camminare alla luce del Vangelo, aprici all’ascolto del tuo Figlio, perché accettando nella nostra vita il mistero della croce, possiamo entrare nella gloria del tuo regno».
La nostra gloria eterna passa attraverso una porta stretta, sostenuta ai lati da due stipiti: la fede nell’amore del Padre e la sofferenza unita all’amore di Cristo e offerta con Lui per amore dei fratelli. Sopra, ad unire gli stipiti, c’è l’architrave della speranza.
Abram, prima di diventare Abramo, si avventura su ordine del Signore verso terre sconosciute, lasciando le sue sicurezze materiali e affettive, a lui – vecchio e senza figli – viene promesso di diventare una grande nazione, che nel suo nome saranno benedette tutte le famiglie della Terra, gli viene promesso qualcosa di umanamente irreale (cf. Gn 12,1-4), ma come Pietro al primo incontro con il Signore, Abramo getta su quella Parola le sue reti, nell’ora meno opportuna, contro ogni logica, e pesca come non aveva mai pescato. Egli vedrà solo un “anticipo” – la nascita di Isacco –, il resto lo gusterà nell’eternità secondo le parole del salmo: «Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte» (Salmo 89,4).
Nella seconda lettura Paolo scrive a Timoteo. Paolo è in carcere a causa della Parola, eppure non dice a Timoteo che questa parola è tutta una farsa, anzi, lo esorta a restare fedele in mezzo alle prove e alle contestazioni, perché la sua missione, come quella dell’apostolo, è sostenuta dalla grazia di Dio e non è solo affidata alle fragili forze dell’uomo. Quando la testa di Paolo rotolerà colpendo per tre volte il suolo, secondo la leggenda, da essa sgorgheranno tre fontane (Abbazia tre fontane a Roma). Credendo di prosciugare la fonte, i pagani hanno rotto la diga e un’acqua cristallina ha inondato la Terra.
Nel Vangelo Pietro, Giacomo e Giovanni assistono a Gesù che, in anticipo rispetto alla sua Pasqua, manifesta la sua gloria, assumendo per un istante l’aspetto del risorto. Saranno gli stessi tre apostoli che, nel Getzemani, vedranno Gesù assumere l’aspetto del maledetto, carico non di una maledizione propria, ma dei nostri peccati.
Se Gesù si fosse fermato alla gloria della Trasfigurazione, tutti noi saremo stati condannati e la sua gloria sarebbe restata sterile. Passando invece per la croce, quella gloria ha fecondato la terra e anche noi. Su questo esempio, e su quello di Abram e di Paolo, nessuno di noi può permettersi una gloria sterile, ma tutti siamo chiamati alla fecondità: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,21-23).
don Nicola Zignin













