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È morto il vescovo friulano mons. Nogaro, voce coraggiosa, sempre dalla parte degli ultimi

Sempre schierato al fianco degli ultimi e a tutela dell’ambiente, voce coraggiosa della legalità, amico di don Peppe Diana, si è spento oggi il friulano mons. Raffaele Nogaro. Il vescovo emerito di Caserta aveva 92 anni. Così ha annunciato la notizia il vescovo di Caserta, mons. Pietro Lagnese: «Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Caserta, con profondo dolore vi annuncio che qualche istante fa ha concluso la sua giornata terrena monsignor Raffaele Nogaro. Affidiamo padre Nogaro alla misericordia di Dio e ringraziamo il Signore per averlo donato a tutti noi». Le esequie di monsignor Nogaro saranno celebrate venerdì 9 gennaio alle 10 nella Cattedrale di Caserta. Alla celebrazione parteciperà una delegazione dell’Arcidiocesi di Udine guidata dal vicario generale mons. Dino Bressan.
In contemporanea, quindi sempre venerdì 9 gennaio alle ore 10, in Cattedrale a Udine l’arcivescovo mons. Riccardo Lamba presiederà una Santa Messa di suffragio.

Il vescovo che ha sfidato la camorra

Monsignor Nogaro è stato un vescovo “di frontiera”: ha sfidato la camorra, definendola un male assoluto: “La camorra in Campania impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro”, scrisse in una lettera aperta. Un impegno a difesa dei deboli, dell’accoglienza stranieri con la naturalezza di chi crede davvero che nessuno sia forestiero sulla terra. Nogaro ha fatto parte della commissione ecclesiale per le migrazioni, organismo della Cei preposto al coordinamento della pastorale migratoria, continuando a operare per l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati.

Convinto pacifista, si è sempre schierato contro la guerra e in difesa dell’ambiente. Nel 2000 la Regione Campania gli ha conferito il premio per la Pace e i Diritti Umani assieme a Nelson Mandela e Daisaku Ikeda. È stato uno dei più forti sostenitori della canonizzazione di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra nel 1994 per aver difeso la dignità del suo popolo.

La vita, tra Friuli e Mezzogiorno

Classe 1933, mons. Nogaro nasce a Gradisca di Sedegliano, la sua è una famiglia di origini contadine, «devo tutto ai miei genitori» ha sottolineato più volte. Entra in Seminario a Udine dove compie gli studi di Scuola Media e i primi anni del Ginnasio. Lo abbandona però all’età di 16 anni. Vi rientra due anni dopo iniziando e concludendo gli studi teologici. È ordinato sacerdote il 29 giugno 1958 dal vescovo di Udine Giuseppe Zaffonato e viene incaricato di insegnare lettere in seminario. È prescelto nel 1962 per continuare, sebbene a proprie spese, gli studi di dottorato a Roma dove vive il clima di fervore ed entusiasmo del Concilio in corso.

L’insegnamento però gli va decisamente stretto, vuole infatti fare il prete, «desideravo servire la gente ogni giorno, non saltuariamente» racconta lui stesso. L’occasione tanto attesa arriva quando viene nominato vescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, con cui Nogaro si confida. Battisti lo prende in simpatia e lo nomina delegato per i laici, «era quello che avevo sempre sognato di fare, andai incontro a un grosso lavoro in tutta la Diocesi». Improvvisamente però muore il parroco del Duomo di Udine, i 90 preti della città sottoscrivono una petizione al vescovo perché sia chiamato don Nogaro a sostituirlo. Mons. Battisti è titubante, Nogaro ha appena quarant’anni, indice quindi una consultazione, su 90 preti sono 87 quelli che votano per lui. Comincia così un’attività pastorale intensissima, soprattutto a favore di poveri e senza tetto che considereranno la Cattedrale come loro punto di riferimento.

Nel 1982 arriva la notizia di un cambiamento radicale: mons. Nogaro viene nominato vescovo e destinato a Sessa Aurunca. Qui scopre un’altra Italia lasciandosi convertire al Mezzogiorno dalla affettuosità e generosità della gente comune. Al tempo stesso però si trova a fare i conti con la pervasività della camorra e il dominio assoluto della parte peggiore della Democrazia Cristiana. Nella sua radicale mitezza è irremovibile: denuncia la corruzione, rompe ogni complicità con il sistema del collateralismo. Esemplare la sua battaglia a favore dell’ospedale cittadino e per la difesa ambientale per i danni letali provocati dalla centrale nucleare del Garigliano (chiusa nel 1982). Viene trasferito nella diocesi di Caserta alla fine del 1990. Qui il suo episcopato è attivissimo su più fronti: dalla nascita dell’Università alla promozione della Civitas casertana, dalla tutela dei migranti alla opposizione alla legge Bossi-Fini contro la quale esprime ripetutamente la più ferma condanna che estenderà a tutti i governi che in 22 anni non la abrogheranno, dal sostegno allo studio della teologia, al servizio alla cultura attraverso la Biblioteca diocesana e alla presenza pedagogica della Caritas, alla protezione e accoglienza delle donne vittime della tratta degli esseri umani.

A chi gli chiede se essere friulano in Campania abbia costituito un problema, rispondeva così: «Come ogni friulano che non ha grandi tesi filosofiche da svolgere, ma che coltiva piuttosto l’idea della produttività del lavoro, anche da sacerdote e da vescovo mi sono messo a lavorare con analoga determinazione sul versante dell’impegno spirituale e pastorale. Il Friuli mi ha dato la gioia di non essere mai inerte e, quindi, di essere sempre pronto a spendermi per il prossimo, specialmente per il più bisognoso».

«Grande spiritualità, senza la quale non potrebbe condurre le battaglie di una vita»

Così scriveva di mons. Nogaro il teologo mons. Marino Qualizza sulla Vita Cattolica nel 2024: “Incredibile davvero la vita di questo vescovo friulano, trapiantato al Sud, dove sta ancora svolgendo, novantenne, un’intensa attività. Mi dicono che riceve visite da tutta Italia per suggerire orientamenti di pace e di mitezza, nella radicalità evangelica, che sfugge ad ogni superficialità. Un episodio può rivelare la sua personalità e anche l’apprezzamento di chi sa pensare. Uscito da una assemblea della Cei, dove c’era stato un dissapore con il presidente Ruini, nel corridoio, il cardinale di Milano, Tettamanzi, alza le mani e grida: “Viva Nogaro”; i presenti applaudono convinti. Però, dice il commentatore: solo nel corridoio, ma è un segno eloquente. I segni di questa profezia, perché di questo si tratta, sono un grande radicamento a Gesù terreno; un grande amore e lavoro per la pace – si potrebbe dire contro ogni logica, ma ha una logica negli accordi -; una grande apertura per i migranti, che a lui si rivolgono come sicuro protettore. Questo gli ha procurato molte critiche da parte di personaggi illustri, tanto su questo punto come sulla pace. Due su tutti sono stati suoi fieri avversari: Oriana Fallaci e Francesco Cossiga. Quest’ultimo aveva chiesto perfino la sua rimozione e in Vaticano trovò ascolto, ma Nogaro si difese strenuamente, facendo cadere nel vuoto una operazione non degna di tanta autorità. Grande attenzione ha posto poi nella difesa del territorio. Quello di Caserta è sottoposto ad uno sfruttamento che l’ha rovinato forse in modo irreparabile. È la famosa terra dei fuochi, terra fertilissima, ridotta a discarica universale”. “Su tutto bisogna aggiungere una grande spiritualità – concludeva mons. Qualizza –, fatta di autentica preghiera liturgica, senza la quale non potrebbe condurre le battaglie di una vita».

«90 anni di radicale mitezza»

In occasione dei novant’anni di mons. Nogaro, a cura di Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale a Napoli, è uscito un libro che ripercorre la vita e l’opera di mons. Nogaro, intitolato “Raffaele Nogaro: 90 anni di radicale mitezza”.

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