L’approssimarsi dell’8 marzo è occasione per fare il punto sulla condizione femminile nel nostro Paese, alla luce di numerosi dati che segnalano come, purtroppo, la strada per una piena parità sia ancora in salita. Il Global Gender Gap Index del World Economic Forum anche nel 2025 ha evidenziato un piazzamento assai poco lusinghiero dell’Italia, ottantacinquesima su 148 Paesi considerati: una delle peggiori performance tra gli Stati membri dell’UE, dovuta, tra l’altro, all’indicatore concernente le opportunità economiche e lavorative, che ci vede perdere ulteriori posizioni e sprofondare al 117° posto. Sono dati che colpiscono, ma non stupiscono, laddove si consideri che, in Italia, poco più di una donna su due ha un lavoro esterno alla famiglia, con un’incidenza peraltro assai elevata, tra le occupate, di forme di impiego part-time, con chiare ricadute anche sulle prospettive pensionistiche. I dati forniti di recente dall’INPS in un accurato Rendiconto di genere segnalano che le pensioni femminili vedono un importo medio inferiore fino al 44% rispetto a quelle maschili; è una diretta conseguenza del gap salariale: le donne infatti guadagnano, in media, assai meno degli uomini. Le cause di tutto questo sono note: un tasso di occupazione troppo basso, con un divario di oltre 17 punti rispetto a quello maschile (nella nostra Regione le cose vanno meglio, ma siamo comunque ancora a quasi 10 punti di differenziale); un numero limitato di donne nei livelli apicali (sono meno di un quarto sul totale dei dirigenti); l’incidenza maggiore della componente femminile nelle forme di lavoro ad orario ridotto ed in quelle temporanee e precarie; una presenza ancora scarsa nei settori maggiormente trainanti e meglio remunerati (digitale, trasformazione energetica, economia ‘green’) e, al contrario, più concentrata in settori quali la cura, il commercio, il turismo, l’istruzione; percorsi lavorativi spezzati, per esigenze legate all’assistenza di familiari minori, anziani e disabili. Nel lavoro autonomo le cose non vanno meglio: i redditi femminili sono inferiori, le donne lamentano maggiori difficoltà nell’accesso al credito e, quando sono titolari di imprese, le dimensioni di queste ultime sono spesso micro. Si tratta di dati insostenibili, ancora di più se si consideri che oggi le ragazze si laureano in misura maggiore, mediamente prima e con voti superiori rispetto ai maschi, anche se deve crescere la presenza femminile nei percorsi legati a tecnologia, ingegneria e digitale.
Che fare, dunque, per invertire tale situazione?
Le ricette sono note e richiederebbero interventi su più livelli: dalla legislazione, alle politiche pubbliche in tema di servizi, all’orientamento professionale (anche contrastando i persistenti stereotipi su lavori ‘maschili’ e ‘femminili’), al possibile ruolo della contrattazione collettiva. Alcuni segnali positivi ci sono: ad esempio, l’aumento delle aziende che si sono impegnate per conseguire la c.d. “certificazione della parità di genere”, ai sensi della legge n. 162/2021, attivando prassi virtuose e monitorabili. Tanti sono però i nodi irrisolti e qui mi limito, per ragioni di spazio, ad evidenziarne due: la nostra Regione è rimasta la sola – assieme alla Sicilia – a non aver ancora provveduto all’inserimento del meccanismo della doppia preferenza di genere per le elezioni del Consiglio regionale; così come colpisce che vengano ancora organizzati convegni o eventi in cui la presenza femminile tra i relatori è scarsissima: quasi non vi fossero donne perfettamente in grado di dibattere di economia, geopolitica e futuro.
Pregiudizi e stereotipi, appunto, che sono purtroppo ancora duri a morire.
Donne, parità in salita














