Nel 2025 l’Italia ha fatto segnare il record negativo di fecondità: i dati – ancora non definitivi – indicano che ogni donna ha messo al mondo 1,13 figli. Per il Friuli-V.G. il dato non è ancora uscito, ma la situazione è solo leggerissimamente al di sopra della media nazionale grazie all’immigrazione. Una situazione che sta cominciando a far allarmare anche il mondo economico. La soluzione? Politiche per la natalità – che devono avere quanto meno un respiro europeo –, per il lavoro – a partire magari dalla parità dei congedi di maternità e paternità – e più servizi. E tutto ciò potrebbe non bastare, senza un’adeguato cambio culturale che promuova e riconosca il valore della vita.
È quanto emerso nell’incontro dal titolo “Denatalità e non solo: la sfida della vita che nasce”, la prima delle serate culturali organizzate dal settimanale La Vita Cattolica in occasione del proprio centenario, tenutasi giovedì 5 febbraio nell’Oratorio di Latisana, con – in veste di relatori – Elisa Gasparotto, counselor e coordinatrice dei Centri di aiuto alla vita della provincia di Udine, e Alessio Fornasin, docente di Demografia al Dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’Università di Udine, moderati dal giornalista di Vita Cattolica, Stefano Damiani.
Centenario de La Vita Cattolica. A Feletto il 25 febbraio “Sguardi digitali”, il prossimo degli incontri sul territorio
Ad aprire l’incontro – cui erano presenti anche il sindaco di Latisana, Lanfranco Sette, e il parroco, mons. Carlo Fant – il vicedirettore de La Vita Cattolica, Giovanni Lesa, che ha illustrato il programma di incontri sul territorio friulano che il settimanale ha organizzato per i prossimi mesi su temi di attualità. Il prossimo si terrà mercoledì 25 febbraio a Villa Tinin, a Feletto Umberto, alle ore 18, sul tema “Sguardi digitali, relazioni reali”.
Aumento dei nati fino al 2040. Poi di nuovo calo
Se dunque, le prospettive della natalità sono buie, una buona notizia, per la verità, Alessio Fornasin l’ha portata. «Molte previsioni demografiche – ha spiegato – sebbene non tutte, prevedono nei prossimi anni un aumento della natalità, sia a livello italiano che regionale». Secondo l’Istat, infatti, se nel 2024 le nascite in regione sono state 6.892, nel 2040 arriveranno al massimo di 8.075, per poi però ridiscendere a circa 6.700 nel 2060. «Il numero di nati – ha spiegato Fornasin – dipende da vari fattori, tra cui il numero di donne in età fertile (dai 15 fino ai 50 anni) e quindi può crescere anche a fronte della diminuzione della fecondità, ovvero del numero di figli che ogni donna mette al mondo». Il problema, ha proseguito Fornasin, è proprio che la fecondità sta calando e continuerà a farlo. Certo, grazie all’immigrazione e all’aumento della sopravvivenza, «la tenuta demografica sarà garantita ancora per i prossimi anni, probabilmente per i prossimi decenni». Si tratterà però di una tenuta che avverrà a fronte di un aumento dell’età media. Di qui i problemi dal punto di vista della tenuta economica e del lavoro. «In tutti i settori – ha ricordato Fornasin – l’età media dei lavoratori si alza e coloro che andranno in pensione non verranno rimpiazzati da altrettanti giovani in entrata».
La genitorialità non è più percepita come compito sociale
Tutti dati, questi, che sono frutto di un atteggiamento verso la natalità che è cambiato. A spiegarlo è stata Elisa Gasparotto, ricordando che nei Centri di aiuto alla vita provinciali nel 2025 sono stati aiutati a nascere 42 bambini. «Ma in passato – ha ricordato – eravamo attorno ai 70. Negli ultimi anni sono davvero cambiate molto le donne che si avvicinano al nostro centro: stiamo notando, infatti, un grande aumento delle straniere, in gran parte provenienti dalla Nigeria, di meno del Nord Africa e dal Bangladesh. Più difficile intercettare le donne italiane. Tuttavia ci accorgiamo che anche le donne straniere cominciano a fare meno figli, influenzate dal contesto culturale».
Quale il motivo di questa situazione? «La percezione della genitorialità come compito sociale – ha risposto Gasparotto – è venuta meno. Rientra tra le opzioni di autorealizzazione, non sta più al di sopra. Il motivo è difficile da spiegare. Di certo oggi la cultura propone un modello molto individualistico».
2 figli come ideale? Sempre di meno
Eppure, le ricerche dicono che le coppie vorrebbero avere più figli di quanti ne hanno. «Sì, in passato – ha confermato Fornasin – emergeva che il numero giusto di figli da avere è due. Tuttavia anche sul fronte dei desideri qualcosa ora sta cambiando perché l’onda della denatalità sta influenzando sempre di più anche le giovani generazioni». «E le ultime ricerche – ha aggiunto Gasparotto – evidenziano che le mamme che, se potessero, non rifarebbero la scelta di fare un figlio sono tra il 10 e il 12%. Non perché non lo amino, ma perché si trovano a vivere in un contesto socio-economico in cui la maternità e la genitorialità diventano un peso, una fatica, anche perché calano i servizi. Basti pensare che in Italia abbiamo una percentuale di posti negli asili nido che si attesta tra il 28 e il 30% a fronte del 50% della Francia. Così, siamo tra i paesi europei con il più alto stress da genitorialità».
Strategia demografica
Di fronte a tale situazione, quale potrebbe essere una “Strategia demografica nazionale” efficace? «Innanzitutto – ha premesso Fornasin – essa deve avvenire a livello europeo. Lavorare su scala territoriale più piccola non funziona. Anni fa, con alcuni colleghi feci un’indagine sulle politiche demografiche dei Comuni. Emerse che gli incentivi consentivano di attirare residenti, ma dai Comuni vicini, non dall’estero, non risolvendo quindi il problema». Altra premessa di Fornasin è stata che anche i paesi con politiche più avanzate e caratterizzate da grandi investimenti, come Francia e Germania, stanno registrando negli ultimi anni un calo della fecondità. E la stessa cosa sta accadendo negli Stati Uniti. Ecco allora che è necessario agire su più fronti, ad esempio favorendo il rientro dei tanti giovani che se ne vanno all’estero e diventando attrattivi per quelli di altre nazioni, favorendo un’immigrazione il più possibile qualificata.
Fondamentale, secondo Gasparotto, l’aspetto culturale, su cui anche il Centro di aiuto alla vita di Udine è impegnato: «Bisogna valorizzare l’idea di un’esistenza che non sia votata solo all’efficienza, alla produttività, vedendo nella genitorialità uno scambio, fatto certamente di fatica, ma anche di tanto amore dato e ricevuto».
E le politiche? «Incominciamo – ha risposto Gasparotto – a creare più posti di asilo nido, a dare orari di lavoro più flessibili, che permettano alla donna di non dover per forza ricorrere al part-time, che ha forti ripercussioni sulle pensioni e che attualmente è quasi del tutto femminile. Diamo delle agevolazioni e garanzie importanti sui mutui ai giovani. E magari potremmo anche introdurre tre mesi di congedo di paternità obbligatorio per gli uomini, non cedibile alla donna. Così forse qualche donna in più verrebbe assunta».














