ChiesaFriuli CollinareUdine e dintorni

In Friuli don Nembrini. Ogni giorno dice messa in videocollegamento con tremila ammalati

«Non avevo mai avuto molto a che fare con chi vive situazioni drammatiche, come Sla, tumori, leucemie… Ma mi son trovato davanti a tanti amici ammalati, alle loro richieste che manifestavano la domanda di un significato e del loro valore nella nuova condizione». È don Eugenio Nembrini, fondatore dell’associazione “Quadratini&Carità”, che dal 2021 in Italia segue ogni giorno migliaia di ammalati gravi, a raccontare l’incontro con tante situazioni di sofferenza, anche in Friuli. Proprio don Nembrini sarà a Udine venerdì 20 marzo, alle 18, nell’aula 1 di Palazzo Antonini, in via Petracco 8, per intervenire all’incontro pubblico dal titolo “Malattia e speranza”, su proposta del gruppo Prendersi cura, costituito da operatori sanitari e altri professionisti, con la collaborazione dell’associazione Medicina&Persona e del Centro culturale Il Villaggio. Il giorno prima, giovedì 19, don Nembrini terrà un incontro anche nella chiesa parrocchiale di Qualso, alle 20.30.

Classe 1957, ordinato sacerdote nel 1982, dopo 13 anni di servizio in parrocchie romane e lombarde, dal 1995 al 2005 don Nembrini è stato missionario in Kazakistan. Poi, ha diretto una scuola paritaria a Milano, per tornare a Roma nel 2014. E proprio nella capitale, nei tre mesi di lockdown del Covid celebrava messa sul terrazzo del suo appartamento, «per la gente che abitava attorno, circa 200 famiglie», trasmettendola online. Nel giro di un mese, i video collegamenti giornalieri erano balzati a oltre 17 mila, provenendo da tutto il mondo.

«Finito il lockdown siam tornati alla normalità, alla liturgia in chiesa – racconta il sacerdote –. Poi a Natale 2020, un’amica di Napoli, che seguiva la mamma ammalata in casa, mi ha chiesto di celebrare la messa in video collegamento. Abbiam cominciato così, in tre, e ci siam subito resi conto che tante persone erano nella stessa situazione, non potevano recarsi in chiesa e chiedevano un aiuto. In poco tempo, l’amicizia si è allargata a tanti ammalati gravi. Ora siamo più di 3 mila, celebro la liturgia in video collegamento, tutti i giorni. Si connettono dalle case, dagli ospedali. E dopo parliamo, ognuno racconta di sé, condividiamo la vita e la malattia». È stato proprio durante una di quelle chiacchierate che è nata l’idea del nome dell’associazione, quando uno dei partecipanti ha detto «noi quadratini», osservando che guardando lo schermo c’erano tanti quadratini quante erano le persone collegate.

Don Eugenio Nembrini

Perfino papa Francesco, venuto a conoscenza dell’iniziativa, nel 2023 ha chiesto a don Eugenio di proseguire, inviandogli una lettera in cui scriveva: “Desidero ringraziarti per il tuo apostolato tra fratelli e sorelle particolarmente sofferenti. Continua questo servizio sacerdotale con amore e con zelo”. Da quel momento, riprende Nembrini «il mio Vescovo mi ha incaricato di accompagnare spiritualmente l’associazione in tutta Italia. Perciò, giro molto per andare a trovare gli ammalati a casa e ogni giorno vedo dolori, fatiche, arrabbiature, ma incontro anche dei santi, gente che ama la vita, gli altri, abbracciando il dolore. E vedo una risurrezione già in atto. Qualcuno dice «Dio, il fato, il caso mi ha fregato. La vita è una fregatura». «Io non ho risposte pronte – prosegue il sacerdote –. Mi sento povero come chi è malato, scopro che il suo desiderio è il mio, in situazioni molto diverse. Ma è proprio lo stesso desiderio di vita quello che vedo in ciascuno. E incontrare qualcuno lieto nella situazione di grave malattia, fa partire nel cuore di tutti il pensiero: “Ma allora è possibile?”».

Durante i collegamenti giornalieri, in tanti confidano «Io non riesco, ho paura, sono arrabbiato». Ma poi quegli stessi volti descrivono pace e letizia. «Questo cambiamento non è dovuto a me – precisa don Nembrini –, trasfigurare il cuore e la faccia di un ammalato grave non è capacità mia, ma di un Altro. Vedo che le persone iniziano a percepirsi in modo diverso, a pregare ogni giorno per chi li cura, medici, infermieri, familiari. Perché la fatica più grande per l’ammalato non è abbracciare la sua condizione, ma accorgersi che la sua malattia è causa di fatica e di dolore per i propri cari; per questo motivo gli ammalati vanno in depressione… Noi li aiutiamo in tanti modi». Ogni giorno, insieme, si combatte così la buona battaglia del restituire speranza, perfino gioia, a persone pesantemente provate dalla sofferenza. Dimostrando che, sì, è possibile.
Flavio Zeni

Articoli correlati