Montagna

“La pace non ha confini”, a Caneva riuscito incontro con Girardo e don Geretti

Una serata intensa di approfondimento culturale ha animato Caneva di Tolmezzo il 23 gennaio 2026, con l’evento “La pace non ha confini – Il ruolo delle donne”, promosso dall’Associazione Caneva. L’incontro ha visto i contributi di don Alessio Geretti, parroco e curatore degli eventi d’arte del Giubileo, e di Marco Girardo, direttore del quotidiano Avvenire, offrendo due prospettive complementari sulla costruzione della pace.
L’evento è stato mediato con brillantezza dall’avvocato Barbara Comparetti.

L’intervento di don Geretti

Don Alessio Geretti ha innanzitutto sottolineato il valore dell’iniziativa, evidenziando come non sia scontato che una piccola comunità di montagna (come appunto la frazione di Caneva) sappia proporre momenti di approfondimento su temi internazionali, capaci di “nutrire moralmente e culturalmente le persone”, accanto alle attività sociali più consuete.

Il cuore del suo intervento si è sviluppato attorno a tre parole chiave: pace, confini e donna, con un’attenzione particolare alle prime due. Partendo dalla drammatica assenza di pace nel mondo contemporaneo, don Geretti ha ricordato come nel gennaio 2026 siano attivi almeno 56 conflitti armati, molti dei quali poco noti all’opinione pubblica. Una situazione che segnala, ha osservato, il progressivo ritorno alla logica della forza e della prevaricazione, a scapito del diritto internazionale e del dialogo.

Secondo il relatore, il progetto di pace delineatosi nel secondo dopoguerra – fondato sul primato del diritto internazionale, sul ruolo delle Nazioni Unite, sulla cooperazione economica e sulla conoscenza reciproca delle culture – appare oggi gravemente compromesso. Tutti e quattro questi pilastri risultano indeboliti o addirittura crollati, anche a causa di interessi geopolitici, dinamiche economiche aggressive e di una psicologia collettiva dei popoli che pesa più dei singoli leader. Don Geretti ha invitato a non semplificare le responsabilità attribuendole solo ai “grandi della Terra”, ma a considerare il ruolo delle culture, degli interessi strategici e dell’identità profonda dei popoli, soffermandosi sulla competizione tra i grandi imperi contemporanei – dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina all’India – e su fattori decisivi come il controllo delle risorse, dei mari e la demografia.

Ampio spazio è stato dedicato al tema dei confini, riletti in chiave positiva e non come semplici frontiere di scontro. Richiamando la Bibbia e persino la biologia, don Geretti ha spiegato come i confini siano necessari alla vita, al rispetto reciproco e allo sviluppo delle identità, purché non diventino strumenti di esclusione o di dominio. Il vero problema, ha aggiunto, non risiede solo negli assetti geopolitici, ma nel cuore dell’uomo, attraversato da conflitti interiori che, se non pacificati, inevitabilmente si riflettono nella storia. Da qui l’affermazione più radicale dell’intervento: la pace autentica non può essere garantita solo da trattati, diplomazie o istituzioni, ma richiede una profonda pacificazione interiore dell’essere umano. Senza una redenzione del cuore, ha sottolineato don Geretti, la guerra continuerà a ripresentarsi, a ogni livello.

Nel tratto conclusivo, il relatore ha richiamato il ruolo decisivo delle donne come potenziali costruttrici di pace, pur senza idealizzazioni. Se la storia mostra che anche le donne, quando al potere, non sono state sempre portatrici di pace, è altrettanto vero che nelle mediazioni, nella diplomazia e nella cura delle relazioni esse hanno spesso saputo aprire strade inattese. Richiamandosi alla Scrittura, don Geretti ha indicato nella struttura stessa del femminile una speciale capacità di fare spazio all’altro, di generare vita e di contrastare la logica dell’affermazione violenta dell’io.

Una riflessione intensa e articolata che ha invitato i presenti non solo a leggere il mondo con maggiore consapevolezza, ma anche a interrogarsi sul contributo personale e comunitario alla costruzione della pace, partendo dal proprio cuore e dalle relazioni quotidiane.

L’intervento di Girardo

Il direttore di Avvenire, Marco Girardo ha scelto per il suo intervento un approccio personale, intrecciando esperienze professionali e riflessioni sul ruolo delle donne e sulla pace. Ringraziando la comunità locale per la partecipazione numerosa, ha raccontato la testimonianza di una profuga afghana ascoltata al Colosseo con la Comunità di Sant’Egidio, ribadendo che “se nel cuore non c’è pace, non ci sarà pace”.

Girardo ha poi affrontato questioni geopolitiche, evidenziando il ruolo della demografia negli equilibri politici ed economici globali. Ha citato “Quel che sappiamo” di Ian McEwan per mostrare come la crescita demografica possa cambiare gli equilibri mondiali nei prossimi decenni.

Ampio spazio è stato dedicato al ruolo delle donne, al centro anche del suo libro “Donne per la pace”, frutto di un anno di ricerca sulle figure femminili impegnate in mediazioni, diplomazia e costruzione della pace. Girardo ha evidenziato quattro lezioni: la pace richiede memoria; l’accettazione dell’altro è fondamentale; le donne eccellono nel cambiare prospettiva; e l’istinto cooperativo spesso funziona meglio di quello antagonistico.

Il progetto ha incluso anche una petizione al Parlamento Europeo per rafforzare la presenza femminile nei tavoli di negoziazione internazionale. Girardo ha concluso con un messaggio di speranza: anche piccoli gesti, come partecipare a un incontro culturale, possono ridurre il senso di impotenza di fronte ai grandi conflitti del mondo.

Un dialogo a più voci sulla pace

L’evento di Caneva di Tolmezzo ha mostrato come la pace possa essere esplorata da prospettive diverse, ma complementari: quella spirituale e interiore proposta da don Geretti e quella giornalistica e pragmatica di Girardo. In entrambe emerge con forza l’idea che costruire la pace passi inevitabilmente dalla responsabilità personale, dall’ascolto e dalla cooperazione, con un ruolo fondamentale attribuito alle donne nella mediazione, nella cura delle relazioni e nella costruzione di ponti tra culture.

Bruno Temil

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