Siamo entrati nel clima della Quaresima e anche nella Casa Circondariale di Udine i significativi elementi della liturgia accompagneranno i ragazzi nella preparazione al mistero della morte e risurrezione di Cristo.
Cari lettori, vorrei però fare un piccolo passo indietro… al Natale e, in particolare, all’esperienza della chiusura del Giubileo della Speranza, che non ho ancora avuto modo di condividere in questa rubrica.
Dovendo trovare un titolo a questo piccolo articolo ho pensato a queste parole: la semplicità di una esperienza speciale. Ho infatti potuto accompagnare a Roma due detenuti, Piero e Franco (i nomi sono di fantasia), entrambi per la prima volta ad un Giubileo e l’esperienza è stata – come detto nel titolo – molto semplice se pure nella cornice straordinaria di Roma e dell’opportunità certamente non comune di trascorrere tre giorni fuori dal carcere grazie al permesso premio ottenuto per l’occasione, un permesso speciale reso possibile proprio dal Giubileo e di conseguenza dal lavoro in sinergia compiuto dall’Istituto e dall’ufficio del magistrato.
Semplice ed umile perché nel condividere il viaggio in treno, i pasti, gli spostamenti a piedi lungo le affollate le vie natalizie della città, le code, i controlli e anche il momento culminante della celebrazione in San Pietro, tutto si è svolto con naturalezza. Come tre amici – se pure, per me, nella responsabilità del ruolo istituzionale di cappellano – abbiamo goduto del clima di festa e di alcuni momenti di preghiera, spontanei quanto intensi.
La Santa Messa conclusiva anch’essa è stata tanto solenne quanto alla portata di tutto questo popolo di Dio radunato per l’occasione speciale e ha dato luce e sostegno al mondo carcerario. Piero e Franco hanno vissuto uno accanto all’altro, in mezzo ai tanti fedeli, quasi in fondo alla basilica, la celebrazione; nessuno si scandalizzi, ma anche io come sacerdote ho vissuto la celebrazione tra i fedeli, per il ruolo di accompagnatore “istituzionale”, ma anche sinceramente contento di poter essere accanto a loro, aspetto che ho notato essere stato molto apprezzato, come lo stare a naso all’insù al termine della celebrazione attendendo le parole di Papa Leone in Piazza San Pietro.
La gioia di essere lì è stata intensa ma composta, un piccolo ma solido mattone che contribuisce a costruire la propria vita di fede e di uomini. Il ritorno, quello sì, è stato permeato da un po’ di malinconia: si è tornati alla normalità della vita “dentro”. Eppure l’esperienza vissuta ha varcato i confini di Roma e nei racconti di questi due ragazzi ha raggiunto pure l’interno del carcere di Udine. Con la condivisione di queste parole, anche tutti voi.
Concludo con un doveroso ringraziamento a tutte le comunità religiose femminili della Diocesi di Udine che, a seguito di un incontro con me, hanno deciso di sostenere le attività presso la Casa Circondariale della città.
Lorenzo Durandetto
Cappellano Casa Circondariale di Udine











