Chiesa

La vita ha un valore sempre. L’incontro a Castellerio

Un interessante dibattito sul fine vita e sul “fine della vita del Cristiano” si è tenuto sabato 31 gennaio a Castellerio, promosso dall’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. In sala addetti all’assistenza e accompagnamento dei malati, appartenenti al volontariato, medici, associazioni cattoliche, giuristi, religiosi e altri interessati alle tematiche proposte.
L’incontro è stato presentato dal delegato dell’Ordine di Udine Maurizio Treleani e introdotto con una preghiera dal priore mons. Maurizio Stefanutti. Relatori il prof. Gianluigi Gigli, già ordinario di Neurologia e direttore della Clinica neurologica dell’Università di Udine, e mons. Bruno Fabio Pighin, docente nella facoltà di Diritto canonico San Pio X di Venezia e consultore del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Cure palliative e accanimento terapeutico

Nella prima parte è intervenuto il prof. Gigli ed ha affrontato il tema delle le cure palliative e l’accanimento terapeutico. Partendo dalla definizione dell’Oms sulle cure palliative: “sono l’insieme degli interventi terapeutici ed assistenziali finalizzati alla cura attiva, totale dei malati la cui malattia non risponde più a trattamenti specifici. Fondamentale è il controllo del dolore e degli altri sintomi, e più in generale dei problemi psicologici, sociali e spirituali”, riportando altre definizioni europee e di associazioni internazionali e definendo il contesto normativo italiano (art.2 della legge 38/2010) Gigli ha evidenziato che ogni definizione riporta la necessità e l’importanza di affrontare in modo interdisciplinare il problema e di non lasciare mai da sole le persone sofferenti e il loro nucleo familiare.

L’aspetto che richiama come affrontare la sofferenza terminale è espresso chiaramente dal significato etimologico del termine cura palliativa che deriva dal latino “pallium” che significa mantello, che avvolge tutta la persona ed è ben rappresentato dall’immagine di San Martino che lo offre al bisognoso con amore. Pertanto la morte è da intendersi come un evento naturale, affermando così il valore della vita.

La riflessione è continuata con il tema dell’accanimento terapeutico, citando San Giovanni Paolo II: “certi interventi medici non sono più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi.” (GP II, EV, 1995) e l’ostinazione diagnostico-terapeutica che è da evitare quando sproporzionata, citando il documento Samaritanus Bonus (S.B.), nell’imminenza di una morte inevitabile…è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”. (….) e come indicato da San Giovanni Paolo II “va ribadito che la rinuncia a mezzi straordinari e/o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte” (Evangelium Vitae, 1995).

Infine il prof. Gigli ha richiamato ancora il documento S.B. «Tutelare la dignità del morire significa escludere sia l’anticipazione della morte sia il dilazionarla con il cosiddetto “accanimento terapeutico”.[54] …. senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi.[55] Ciò significa che non è lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne. La sospensione di ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione dei trattamenti non deve essere desistenza terapeutica per arrivare (sintesi personale) alla morte anticipata – di pazienti in condizioni critiche, ma non terminali, a cui si è deciso di sospendere le cure di sostegno vitale, non avendo ormai essi prospettive di miglioramento della qualità della vita.

Eutanasia e suicidio medicalmente assistito

Mons. Pighin ha poi trattato il tema dell’Eutanasia e del Suicidio Medicalmente Assistito (Sma) secondo la Bioetica teologica. L’origine etimologica del termine Eutanasia deriva dal Greco eu-Thanatos che significa “serena morte”. Risalgono al 1974 i primi documenti pro E. per poi passare tramite casi noti quali Welby ed Englaro che sono rimasti nella memoria collettiva, fino ad arrivare alla legalizzazione della Eutanasia e Suicidio Assistito in diversi Stati anche giustificando l’Eutanasia. in casi di turbe psichiche (Canada). La definizione dell’Eutanasia del magistero Ecclesiale è chiara (richiamate S.C.D.F. “Iura et Bona” 1980 ed “Evangelium Vitae” 1995 al n.65): non può esserci un diritto a morire. Ci sono alcune ambiguità che sono da chiarire sulla pretesa di Eutanasia. L’Eutanasia “passiva” non va confusa con il “lasciar morire”, che è doveroso se le terapie sono inefficaci, inutili o dannose. La volontà di eliminare il dolore è motivato dall’omicida con la “pietà”, ma è una falsa pietà perché nasconde diversi aspetti: è una violenza mascherata, è uccisione di una persona (dignità assoluta, vita umana sacra, responsabilità), è inoltre una fuga rispetto all’implorazione di aiuto implicita nel malato ormai bisognoso di tutto, è anche un tradimento dei legami di amore creatisi con lui, un atto di dominio ingiustificato sulla vita di una persona che non è oggetto disponibile ad alcuno, è infine un atto di codardia verso chi è inerme in condizione di estrema vulnerabilità.

Si è pronunciato chiaramente San Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae (1995) n. 65: “L’Eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, naturale e rivelata, trasmessa da Tradizione e insegnata dal Magistero unanime e universale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1997) indica l’Eutanasia come omicidio. Inoltre per quanto riguarda la sospensione di idratazione e alimentazione (somministrazione artificiale di acqua e nutrienti con fleboclisi e cateteri) il C.D.F. nella risposta (2007) sottolinea: negare alimentazione e idratazione in modo artificiale indispensabili alla vita è Eutanasia. Mons. Pighin ha richiamato altri documenti ad ulteriore chiarimento quali Samaritanus Bonus (2020) e Dichiarazione Dignitas Infinita (2024). Infine ha fatto un excursus sulle Leggi Statali e responsabilità personali nei casi di Eutanasia e Suicidio Assistito. Il Codice Penale Italiano considera l’Eutanasia nella fattispecie dell’omicidio del consenziente (art. 579): pena reclusione da 6 a 15 anni.

Mons. Pighin ha sottolineato anche che l’obiezione di coscienza degli operatori cattolici è un diritto-dovere: va attuata anche se non prevista da legge.
Infine ha trattato il concetto di suicidio medicalmente assistito sottolineando che esso ha legami intrinseci con eutanasia perché si tratta di un’azione (più che un’omissione) del malato inguaribile, che procura la morte per sua natura e per intenzione di chi la dà allo scopo di eliminare ogni sofferenza intollerabile. A differenza dell’eutanasia è il malato suicida che si dà la morte con un collaboratore necessario. La responsabilità principale ricade sullo stesso suicida, ma molto condizionato nella sua libertà dalla sofferenza. Il collaboratore interviene prescrivendo/fornendo/applicando la sostanza mortale da attivare, condividendo (formale) o non condividendo (materiale) l’azione altrui. Il collaboratore sanitario (formale o materiale, immediato o prossimo) si assume gravi responsabilità è pervertita la sua attività sanitaria: una sconfitta per tutti. Infine Mons. Pighin ha citato la recente sentenza (n.204 del 29/12/2025) della Corte di Cassazione che ha bloccato il provvedimento legislativo della Regione Toscana a favore del Suicidio medicalmente assistito.

Zuppi: La dignità umana non si misura sulla sua efficienza

Entrambi i relatori hanno concluso il loro intervento richiamando il discorso al Consiglio permanente della Cei del Card. Zuppi lo scorso 26 gennaio 2026: “La dignità umana non si misura sulla sua efficienza né sulla sua utilità. La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate…. Normative che legittimano il suicidio assistito e l’Eutanasia rischiano invece di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili, che potrebbero convincersi di essere divenuti ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, decidendo di farsi anzitempo da parte, di togliere il disturbo”.

È seguito un dibattito molto partecipato tra pubblico presente e relatori con richieste di approfondimento e domande di chiarimento su quanto presentato.

Al termine della tavola rotonda ha portato il suo saluto e alcune considerazioni finali sull’incontro il preside della Sezione Fvg dell’Ordine, Gianluca Paron, complimentandosi per la lodevole iniziativa e per il successo riscontrato.

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