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Opinioni

L’Europa chiama alle armi la scienza e i ricercatori

Lo scorso luglio la Commissione Europea ha annunciato di voler raddoppiare il budget destinato alla ricerca in ambito Horizon. Contemporaneamente, ha lasciato intendere di voler infrangere la storica barriera che separa la ricerca per usi civili dalla ricerca bellica. In pratica, l’Europa progetta di “chiamare alle armi” l’intera comunità dei suoi ricercatori affinché contribuisca alla difesa europea.

Ma la prima responsabilità dei ricercatori è quella di porre le domande giuste; in questo caso: da chi dovrebbe difendersi l’Europa?

Per gli attuali governanti europei il principale nemico da cui difendersi sembra essere un eventuale aggressore esterno. Tuttavia, molte altre minacce gravano già sui cittadini del continente. Ad esempio, nel 2024 le ondate di calore innescate dal cambiamento climatico hanno causato quasi 63.000 morti e nel 2021, l’inquinamento da particolato ha mietuto circa 300.000 vittime. Naturalmente, anche le conseguenze di una possibile guerra di aggressione potrebbero essere devastanti. In questo caso, la stima dei possibili danni è molto difficile, ma possiamo aiutarci con i dati di una guerra di aggressione attualmente in corso sul suolo europeo. Se scaliamo la proporzione di vittime civili registrate durante ogni anno successivo all’invasione dell’Ucraina sul totale della popolazione europea, otteniamo un ipotetico totale di 45.000 vittime civili europee per ogni anno di un eventuale conflitto.

Tuttavia, il semplice confronto delle minacce sulla base della tragica conta delle vittime non è appropriato. Infatti, il rischio associato ad un evento non dipende unicamente dalla gravità delle sue conseguenze, che può essere misurata in termini di vittime e non solo, ma anche dalla probabilità che esso si verifichi. In quest’ottica, eventi pericolosissimi, come ad esempio l’impatto di un grande asteroide, che potrebbe stravolgere la vita sul nostro pianeta, sono considerati meno rischiosi di altri eventi meno catastrofici ma più probabili, come ad esempio un uragano.

Di fatto, la probabilità che si verifichino centinaia di migliaia di vittime a causa del cambiamento climatico o dell’inquinamento è altissima poiché tali fenomeni sono già in corso e si stanno aggravando. Invece, la probabilità di un conflitto su larga scala in Europa è assai inferiore, dato che tale guerra, per fortuna, non è ancora iniziata. Soprattutto, se si operasse nella giusta direzione, la diplomazia dovrebbe prevenire l’insorgere di un conflitto.

Tutto considerato, un amministratore interessato a difendere i cittadini dalle minacce più concrete, in che direzione dovrebbe investire le risorse pubbliche: nella difesa da un’eventuale aggressione esterna o dagli effetti del cambiamento climatico? è peraltro evidente come, a fronte di risorse limitate, gli investimenti destinati alla ricerca bellica sarebbero distratti dalla ricerca su altre minacce, che in tal modo graverebbero anche di più. Ad esempio, uno studio pubblicato di recente ha dimostrato che agendo in linea con gli accordi di Parigi, le vittime del cambiamento climatico in Europa sarebbero 2.6 milioni nel secolo corrente, ma potrebbero essere il doppio nei casi alternativi. E tra i casi alternativi c’è purtroppo da annoverare la possibilità che i governi europei distraggano i fondi destinati alla transizione energetica verso l’industria bellica.

Ma se anche ammettessimo che un’eventuale aggressione esterna rappresenta la più grave minaccia che incombe sull’Europa, è lecito chiedersi se la risposta armata sarebbe l’opzione più raccomandabile ed efficace.

I sostenitori della difesa armata sembrano non avere dubbi, ma è costume dei ricercatori sottoporre al vaglio della prova tutte le ipotesi possibili. È quanto hanno fatto due ricercatrici americane che hanno confrontato centinaia di campagne di lotta di massa avvenute nel mondo nell’ultimo secolo. In tal modo hanno verificato come meno di un terzo delle lotte armate ha avuto successo mentre più della metà di quelle non violente ha raggiunto i propri obiettivi.

Al netto di ideologie belliciste e scandalosi intenti commerciali, la resistenza civile, oltre a limitare le perdite umane e materiali, sembra essere più efficace della difesa armata.

Infine, a chi confida nella cosiddetta deterrenza, sulla base dell’idea che l’accumulo di armi possa aumentare la sicurezza, converrà ricordare come illustri scienziati del calibro di Albert Einstein e Bertrand Russel hanno già messo in luce che la corsa alle armi non fa altro che ingrossare gli arsenali di tutte le parti in causa, aumentando il rischio che l’apocalisse si verifichi per un puro errore.

Francesco Nazzi e Davide Anchisi, docenti universitari

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