L'editoriale

Umani, ancora. Una risposta alla sfida post umana

C’è una domanda antica che torna a farsi urgente nel nostro tempo, gravido di promesse tecnologiche e incertezze antropologiche: cosa significa, davvero, essere umani? Non nel senso biologico – in questo campo la scienza fa il suo lavoro con crescente precisione – ma nel senso esistenziale, culturale, filosofico. È la domanda al cuore del recente documento della Commissione Teologica Internazionale, intitolato Quo vadis, humanitas? Un titolo interrogativo, non assertivo; scelta già di per sé indicativa. Il testo è lungo e a tratti forse un po’ dispersivo (tocca infatti troppi temi per governarli tutti con la stessa profondità), ma le preoccupazioni a cui dà parola sono sicuramente convincenti e meritano di essere prese sul serio ben oltre i confini del dibattito teologico.

Sulla scorta di un’innovazione tecno-scientifica sempre più sorprendente, da almeno trent’anni il dibattito filosofico e culturale è attraversato da narrazioni che promettono un superamento della condizione umana così come finora l’abbiamo conosciuta. Il transumanesimo sogna di liberare l’uomo dai suoi limiti biologici: malattia, invecchiamento, perfino la morte verrebbero progressivamente neutralizzati. Il postumanesimo va oltre e contesta l’idea stessa che esista una natura umana stabile, immaginando un futuro in cui il confine tra uomo e macchina diventerà sempre più labile. Movimenti diversi, talvolta contrapposti, accomunati da un’insofferenza verso la condizione umana così com’è.

Il documento della Commissione prende sul serio queste prospettive, senza liquidarle come fantasie futuristiche, e fa bene. Le interpreta come sintomi di una trasformazione culturale profonda, cogliendo quella che si potrebbe chiamare l’ambivalenza dell’eccedenza: da un lato lo stupore per le potenzialità della scienza, dall’altro lo sconcerto per una fragilità che la pandemia e le guerre hanno riportato brutalmente in primo piano. La tentazione, però, è sciogliere questa tensione attraverso una semplificazione pericolosa: censurare il limite per esaltare la potenza.

Eppure, proprio del significato – e del valore – dei limiti occorrerebbe parlare. Per farlo nel modo giusto, però servirebbe una precisione che il dibattito pubblico raramente concede. Non tutti i limiti, infatti, sono uguali. Ci sono limiti che ostacolano la fioritura umana (malattia, ignoranza, sofferenza evitabile) e questi vanno sfidati con coraggio. Da questo punto di vista, la tecnica è uno degli strumenti più potenti di cui disponiamo per farlo, e il sapere tecno-scientifico è un dono, non certo una minaccia. Non c’è nulla di sacro nella leucemia o nell’analfabetismo.

Tuttavia esistono limiti di tutt’altra natura. Sono quelli che de-limitano la condizione umana, che ne tracciano l’autentico confine: la mortalità, il bisogno d’altri, la necessità di decidere (il che, come suggerisce l’etimologia, comporta il saper rinunciare a qualcosa). Questi non sono difetti da correggere; sono la struttura entro cui il significato del nostro stare al mondo prende forma. È la pressione del tempo che dà urgenza alle scelte, è l’originario bisogno d’altri che rende possibile l’amore e l’amicizia, è la coscienza della morte che obbliga a chiedersi come vivere. Emanciparsi da questi vincoli non sarebbe una liberazione; significherebbe perdere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Il transumanesimo confonde sistematicamente questi due ordini di limite, e lo fa intenzionalmente. Presentare la mortalità come un problema tecnico da risolvere significa che chi non può permettersi la soluzione è un residuo obsoleto. Quando il confine tra uomo e macchina diventa davvero fluido, non è la macchina a umanizzarsi, è l’uomo ridursi a mero strumento. Il rischio, detto chiaramente, è che chi insegue il più-che-umano scivoli nel dis-umano. Non per eccesso di grandezza, ma per difetto di consapevolezza, perché quando si perde il senso della fragilità e della vulnerabilità si smarrisce il senso della nostra umanità.

Il documento della Commissione Teologica Internazionale mette bene in luce come, al cuore di questa illusione, vi sia qualcosa che la tradizione filosofica conosce bene: il rifiuto della condizione data (di ciò che siamo prima ancora di sceglierlo), l’insofferenza per il limite costitutivo, la postura antica di chi considera la materia – il corpo, il mondo, i suoi limiti – come una prigione da cui fuggire piuttosto che come la condizione del nostro essere al mondo. Erano questi i tratti tipici delle antiche eresie gnostiche, che oggi sembrano riemergere con rinnovato vigore. Il transumanesimo promette infatti un’identità à la carte, in cui la dignità è un bene da acquistare. Ma la dignità non si compra, si riconosce.

La vera sfida non è diventare altro da ciò che siamo, ma abitare con saggezza il paradosso di una creatura al contempo finita e protesa all’infinito. Sfidare i limiti che ci comprimono e abitare con umiltà quelli che ci definiscono. Quo vadis, humanitas? La risposta non sta nell’accelerare oltre noi stessi, ma nel tornare a chiederci – con serietà e senza nostalgie – cosa voglia dire essere pienamente, autenticamente, irriducibilmente umani. Il postumano si vince con un supplemento di umanità.

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