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Un 2026 in cammino per la pace. L’anno nuovo visto dall’Arcivescovo. Intervista con mons. Lamba

Un anno – il 2026 – che raccoglie l’eredità preziosa del Giubileo della Speranza, ma che al contempo, in una drammatica continuità con il 2025, inizia nel segno dell’incertezza geopolitica e della violenza. Questo però è anche l’anno in cui «La Vita Cattolica» festeggia il suo centenario e il Friuli ricorda i 50 anni del terremoto del ’76 e dunque anche il mezzo secolo dell’avvio della straordinaria stagione che seguì, quella della Ricostruzione. Di tutto questo abbiamo parlato con l’arcivescovo di Udine, mons. Riccardo Lamba, ai microfoni di Radio Spazio.
Qui un estratto dell’intervista.

Mons. Lamba, iniziamo da un augurio per questo 2026 appena iniziato.
«Certamente, direi che in questo momento un augurio significativo come Diocesi è quello di vivere in modo sempre più intenso la nostra esperienza di Chiesa, di comunità. A tal proposito avremo tante occasioni e credo che i cento anni di “Vita Cattolica” ci potranno senz’altro aiutare».

Facciamo un piccolo salto indietro di qualche giorno, per il secondo anno ha scelto di farsi pellegrino, partecipando alla “Camminata per la pace” di Zuglio. Papa Leone XIV si è presentato al mondo chiedendo una “pace disarmata e disarmante”, guardando alle istituzioni, anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo consueto discorso di fine anno è tornato a chiedere la pace. Nonostante questo, come cittadini e cittadine, come fedeli, ci sentiamo impotenti. Cosa possiamo fare, come ci possiamo muovere?
«Sì, davanti a eventi così terribili – e che Papa Francesco chiamava “la terza guerra mondiale a pezzi” – sentiamo quest’impotenza. Credo però che sia la stessa impotenza che avvertiva Gesù davanti alla violenza dei suoi tempi o quella che hanno sentito tanti uomini e tante donne nella storia. Noi siamo chiamati a custodire la fiammella della speranza, affinché gli uomini possano riprendere sempre il dialogo, il confronto. Perciò credo che quello che possiamo fare stia nell’impegno personale quotidiano, negli ambienti dove siamo, dove viviamo. Dunque, ognuno e ognuna nella propria famiglia, nel luogo del lavoro, a scuola, nello sport, in tutte le comunità dove ci riuniamo. Ecco, è in questi luoghi che dobbiamo avere atteggiamenti concreti, piccoli, umili, però sempre nel segno dell’apertura, del dialogo, del rispetto reciproco. Credo che questo lo possiamo fare: altre cose non dipendono da noi, ma questa sì dipende da noi, se non lo faccio io, nessuno la può fare al posto mio».

Il 2026 sarà un anno particolare, il Friuli celebrerà i 50 anni del terremoto. Che ricordi ha lei?
«Innanzitutto, un ricordo personale. Era quasi la conclusione del primo anno degli studi universitari e quando anche la nostra comunità della Cattolica di Roma ricevette questa terribile notizia, tra i nostri compagni ce n’era uno, Paolo Venturini di Gemona, che partì subito per venire in soccorso qui. Con lui nelle settimane e nei mesi successivi, anche altri amici, soprattutto Scout, vennero in Friuli, insieme alle loro comunità, per dare una mano, anche nell’animazione dei bambini delle tendopoli. Poi sicuramente, è vivo il ricordo della figura di Giuseppe Zamberletti che coordinava, insieme a tutti gli amministratori locali, la rinascita e la ricostruzione di questo territorio e da lì dar vita anche alla Protezione Civile».

Con la pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge della Regione Toscana, in questo avvio di anno si è parlato molto anche di “fine vita”. Qual è il suo parere?
«Come credenti, ma allo stesso modo credo anche persone che non sentono di essere pienamente appartenenti alla Chiesa, sosteniamo come fondamentale il diritto di ciascuna persona alla vita e a una vita dignitosa, quindi alle cure che possono garantirla. Abbiamo tante possibilità, tante conoscenze più recenti che permettono di affrontare anche malattie gravi, malattie in evoluzione, malattie croniche, irreversibili. Possiamo aiutare queste persone a portare con dignità tali sofferenze, senza arrivare alle forzature dell’accanimento terapeutico. Credo quindi che qualsiasi norma giuridica debba partire dalla dignità della persona, dal prendersi cura della persona e della sua dignità, come dicevo, senza arrivare all’accanimento terapeutico, ma nemmeno praticando l’abbandono terapeutico. Una persona che si sente abbandonata evidentemente non vede l’ora che la sua esperienza di sofferenza si concluda, ma se noi l’accompagniamo, questa desidera continuare tra i suoi cari, tra le persone, gli operatori sanitari che si prendono cura e mantengono il senso della sua vita alto».

L’intervista completa, a cura di Anna Piuzzi e Marta Rizzi, si può leggere sulla Vita Cattolica dell’8 gennaio 2026

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