L'editoriale

Una Fieste de Patrie consapevole

Patria, maschile singolare. Avete letto bene. Non si tratta di una svista e nemmeno di un velleitario tentativo di riforma grammaticale. Patria nasce dal latino patrius, del padre, e che riferito a un luogo lo indica come  “terra dei padri”. Il DNA di Patria insomma è mascolino e ciò spiega molte cose. Perchè a seguire le sempre argute e provocatorie intuizioni dell’amico Angelo Floramo, forse il mondo sarebbe meno onnivoro se quel termine avesse un’anima femminile, se la chiamassimo insomma non Patria, ma Matria. Le madri non mandano i figli a morire in guerra, non li abbandonano nei campi profughi, non li lasciano scorrazzare per i cieli a lanciare bombe. Le Patrie invece spesso cedono alla tentazione di barricare confini, minacciare invasioni, proclamare identità, bandiera quest’ultima sventolata da più e da più parti sottacendo o ignorando che non esiste alcuna definizione di identità senza la presenza dell’altro. Quando ogni 3 aprile si dà voce alla festa de La Patrie dal Friûl è giusto farlo con consapevolezza, guardando con dignità la nostra storia, il percorso che ha permesso di creare un senso di appartenenza a un popolo che per lungo tempo ha rivendicato la propria particolarità senza volerne sopraffare altre e ha resistito a numerosi tentativi di omologazione. Come quello contenuto in una missiva che Gabriele D’Annunzio inviò nel 1928 a Chino Ermacora nella quale definiva il Friuli una “piccola patria”. Ecco dove nasce quel termine piçule che imperterritamente ancor oggi viene detto, scritto usato. Una forma vezzeggiativa? O -peggio- un’inconsapevole ammissione di sotanesimo? Celebrare, festeggiare, rinnovare il punto di partenza del proprio essere è doveroso e liberatorio, ma è necessario che questa ricorrenza divenga anche l’occasione per un tagliando capace di dirci a che punto siamo del cammino. E ciò vale ancora di più proprio in questo 2026, a 50 anni del terremoto, evento fondativo di un modello da tutti e da troppi conclamato, annunciato, definito a volte senza alcuna  idea del suo ubi consistam. Quella tragedia ha generato un’enorme spinta nella  riconquista di un affetto e di un legame verso la terra natale, ma pure una presa di coscienza che essere friulani non denotava un valore minore rispetto a altre realtà. Ma quei germogli hanno dato frutti? Nell’immediato certo che sì, ma cosa rimane di quell’impeto di orgoglio, di quella fatica a ricostruire frammento dopo frammento, muri e mura, fabbriche e luoghi, case e chiese, anime, persone, lingua? Oggi, nonostante il forte attaccamento al territorio la scarsità di nuove vocazioni fatica a rimpolpare quella Glesie furlane capace di raccontare la peculiarità della Chiesa Aquileiese e di offrire un contributo straordinario nel rinsaldare il rapporto con il popolo friulano, tant’è vero che proprio nel 1977 fu celebrata la prima edizione della Festa della Patrie per volontà soprattutto da Pre Checo Placerean. Cerco i prosecutori di quel gruppo di giornalisti friulani protagonisti della redazione udinese di RAI-FVG e cozzo contro assunzioni di professionisti eccellenti, ma raccolti su base nazionale; non rinvengo sempre tra le pieghe della vita sociale e culturale gli impulsi auspicati e attesi di quell’Università così fortemente voluta tramite 120.000 firme raccolte nelle tendopoli; cerco ancor più inutilmente la miseria di un “nostro” calciatore, epigono della cavalcata che portò l’Udinese “friulana” dalla C alla A un paio di anni dopo il terremoto.

Questa terra che il 3 aprile 1077 veniva ufficialmente riconosciuta da Enrico IV come Patria del Friuli e che poco dopo istitutiva il primo parlamento europeo composto non solo da nobili e da ecclesiastici, ma anche dai rappresentanti dei Comuni, possiede ancora i talenti necessari a raccontare la sua particolarità. Non deve permettere che vengano sotterrati, non deve disperdere frammenti della propria unicità, non deve cadere nel tranello di combattere nemici fasulli. Lo scrive bene il poeta Mia Couto: “Nel mondo che combatto muoio, nel mondo per cui lotto nasco”.

Paolo Patui

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