Montagna

Una chiesa sotto il cielo, sul Monte Tersadia

C’è una cattedrale in Carnia che non ha mura né colonne. Ha per volta il cielo e per pareti le creste delle Alpi Carniche. È sulla cima del Monte Tersadia, a quasi duemila metri di quota, dove domenica 12 luglio 2026 si è rinnovata la tradizionale celebrazione che unisce le comunità di Valle e Rivalpo in un momento di fede, memoria e amore per la montagna. L’evento, organizzato con dedizione dal Comitato frazionale, si svolge abitualmente la prima domenica di luglio. Quest’anno, tuttavia, gli organizzatori hanno scelto di posticiparlo di una settimana per non sovrapporlo alle Alpiniadi, che la scorsa domenica hanno animato il comune di Arta Terme. Una scelta che ha favorito una significativa partecipazione di fedeli, escursionisti e amanti della montagna, saliti in quota per vivere insieme un appuntamento particolarmente caro alle due comunità.

Un Voto che attraversa le generazioni

Le origini di questa tradizione risalgono alla fine dell’Ottocento, quando la popolazione pronunciò un voto in seguito a una grave epidemia. Quella promessa è rimasta viva nel tempo. Negli anni Ottanta, l’allora parroco di Valle e Rivalpo, don Antonio Bellina, volle riportare la celebrazione sulla vetta, e dove successivamente venne collocata anche una croce in memoria di quell’antico patto di fede. Da allora la Messa sul Monte Tersadia è diventata un appuntamento molto atteso dalle due comunità e, dopo la scomparsa di don Bellina, viene celebrata anche in suo ricordo, quale segno di gratitudine per il ministero pastorale che egli ha svolto con generosità tra la gente di queste montagne. Nel 1993 fu collocata inoltre sulla cima una statua in marmo della Madonna della Salute, venerata tradizionalmente il 2 luglio e chiamata affettuosamente dagli abitanti “Madonna del Saluto”. Da allora la Vergine continua a vegliare sulle vallate sottostanti, diventando meta di un pellegrinaggio che ogni estate richiama persone di ogni età.

Una Chiesa sotto il cielo

A presiedere l’Eucaristia è stato il sacerdote salesiano don Franco Campello, che ha aperto la celebrazione con parole capaci di cogliere il significato del luogo: «Siamo in questa chiesa all’aperto, dove non ci sono mura né colonne: una condizione che ci permette di aprire il cuore all’immensità del dono di Dio. Anche questo altare, non di marmo lavorato ma nella sua semplicità grezza, ci ricorda le nostre provenienze: arriviamo da esperienze diverse, che ora si ricompongono nell’Eucaristia».

Don Franco ha scelto di indossare la casula bianca, anziché il verde previsto dalla liturgia domenicale, sia in vista della vicina memoria della Madonna del Carmelo (16 luglio), sia come segno di luce e speranza nel ricordo delle persone recentemente scomparse. La preghiera comunitaria infatti ha assunto un significato particolare nel ricordo di Patrizia, recentemente scomparsa, e delle giovani vite spezzate sulla strada: il confratello salesiano don Francesco Andreoli e il giovane animatore Alberto Fioretto, morti tragicamente in un incidente lungo l’autostrada Pedemontana Veneta. Un momento di silenzio, accompagnato soltanto dal vento della montagna, ha permesso a ciascuno di affidare al Signore il nome di una persona cara.

La forza della Parola

Al centro della liturgia della Parola, la parabola del seminatore ha offerto a don Franco lo spunto per una riflessione che ha saputo unire il Vangelo alla vita quotidiana. «Quanti chicchi ci sono in una spiga di grano? Difficilmente si superano i cinquanta. E allora perché Gesù parla di un raccolto che rende il cento, il sessanta o il trenta per uno? Gesù vuole dirci che la sua Parola è totalmente sovrabbondante. Parte con una potenza straordinaria». Da qui l’invito a riflettere sul valore delle parole che ascoltiamo ogni giorno. «Oggi siamo sommersi da parole, tra televisione e social network; tutti parlano, ma quante di queste parole sono davvero importanti? Spesso feriscono e impoveriscono la nostra vita. La Parola di Dio, invece, crea. Ai santi è bastata una sola parola per cambiare radicalmente la loro esistenza».

Il sacerdote ha richiamato l’esempio di san Giovanni Bosco, conquistato dall’amore di Cristo per i più piccoli, e quello di sant’Antonio Abate, che, ascoltando il Vangelo del giovane ricco, decise di lasciare ogni cosa per seguire il Signore.

Un invito al silenzio

Nella parte conclusiva dell’omelia, don Franco ha citato una celebre espressione di santa Teresa d’Avila: «Signore, se tu sei dappertutto, com’è che io sono sempre altrove?». Da questa domanda è nato l’invito a ritagliare ogni giorno qualche momento di silenzio, per verificare se il seme della Parola sia stato accolto oppure soffocato dal rumore e dalla frenesia della vita quotidiana.

Al termine della celebrazione i pellegrini hanno ripreso il cammino verso valle, mentre sulla cima del Tersadia è rimasto il silenzio della montagna, custodito dalla statua della Madonna del Saluto. Una tradizione che continua a rinnovarsi e che, anno dopo anno, richiama le comunità di Valle e Rivalpo a guardare verso l’alto, affidando alla preghiera la memoria del passato e la speranza per il futuro.

Bruno Temil

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