Chiesa

Collaborazioni pastorali, a 7 anni dall’avvio, riforma «accolta e condivisa»

«È quando metti insieme tutti i genitori di una Collaborazione pastorale e ti rendi conto che sei ancora in grado di parlare a decine e decine di famiglie, e quando fai delle celebrazioni in cui le chiese si riempiono che comprendi che i numeri sono anche un respiro di speranza e che fare cordata ha dei ritorni importanti». Mons. Ivan Bettuzzi, parroco coordinatore della Cp di Codroipo e delegato episcopale per la Pastorale, lo vede nelle sue comunità, ma se lo è anche sentito ripetere in questi mesi negli incontri svolti nelle Foranie per fare il punto sul cammino delle Collaborazioni pastorali, a 7 anni dall’avvio della “riforma” diocesana. Assieme a lui il vicario generale dell’Arcidiocesi, mons. Dino Bressan.
Sulla Vita Cattolica del 21 gennaio 2026 pubblichiamo un approfondimento sul tema. Qui una sintesi dell’intervista con mons. Bettuzzi

Mons. Bettuzzi, 12 appuntamenti, in 8 Foranie, che risposta c’è stata sul territorio?
«Molto buona. Abbiamo constatato una partecipazione capillare: parroci coordinatori, direttori dei consigli pastorali di Collaborazione, referenti pastorali d’ambito, un numero consistente di persone ha potuto esprimere il proprio punto di vista».

Quali pareri sono emersi?
«La prima cosa che abbiamo potuto constatare è che il modello delle Collaborazioni pastorali è stato accolto e condiviso e questo non era scontato. Lo stesso documento istitutivo delle Cp evidenziava la necessità di una verifica strutturale della proposta dalla quale poteva anche emergere che essa non era adeguata al cammino della nostra Diocesi, invece la condivisione del progetto è un dato assodato. E poi è emerso anche che in alcune realtà c’è stata un’applicazione convinta che sta portando già dei frutti interessanti, altre realtà, anche se fortemente minoritarie, fanno ancora fatica a mettersi in movimento. In generale però lo stile di collaborazione è stato assunto come uno stile permanente nella Diocesi».

In quali ambiti la collaborazione funziona meglio e in quali, invece, si fa ancora fatica?
«Nella Catechesi gli operatori pastorali sono riusciti a creare delle belle cordate fra parrocchie e anche a realizzare dei momenti condivisi che hanno dato speranza ai territori. Un altro ambito che ha trovato buon riscontro è stato quello della Liturgia, con molte cantorie che hanno cominciato a cantare insieme, si sono creati dei cori di collaborazione che animano i momenti solenni nelle varie realtà parrocchiali, durante il Giubileo ci sono state poi molte iniziative di pellegrinaggio organizzate in “collaborazione”… Tutti elementi che hanno fanno percepire che insieme è più bello, ma anche che insieme è più sicuro, nel senso che si possono creare dei punti di forza che permettono alle persone di non sentirsi isolate e di sentirsi in cammino insieme agli altri. Gli ambiti in cui si fatica di più sono quello della Famiglia, che riguarda un’area delicatissima della pastorale ed è molto complesso. E l’ambito Comunicazione e cultura, forse perché non lo si percepisce come urgente (ma invece è fondamentale!). Anche nell’ambito Pastorale giovanile alcune zone faticano, anche perché ci sono aree vaste in cui la presenza dei giovani è diminuita parecchio, per cui diventa faticoso mettere insieme dei cammini su un territorio molto esteso».

Quando fu avviata la riforma delle Collaborazioni, 7 anni fa, una delle preoccupazioni diffuse era la perdita d’identità delle piccole parrocchie. Questo è avvenuto?
«Al contrario, si è visto che questo sta avvenendo laddove non si è abbracciato il progetto delle Collaborazioni. Lo abbiamo ripetuto molte volte in questi anni: collaborazione non significa unità pastorale. Per poter collaborare, la parrocchia deve essere custodita e continuare ad essere un soggetto attivo, propositivo. Questo impoverimento invece, laddove non si è voluto abbracciare il progetto delle Collaborazioni paradossalmente sta avvenendo, perché nel momento in cui vengono meno le forze nella parrocchia, essa tende a spegnersi se non ha una rete di riferimento che l’aiuta, si pensi in tante realtà alla stessa catechesi che è in forte crisi perché mancano i bambini».

A mancare sono anche i preti e quelli che ci sono sono sovraccarichi. Questo tema è stato toccato durante gli incontri?
«Sì, è un tema che emerge sempre e comprensibilmente preoccupa. Però non dimentichiamo la storia del Friuli: ci sono state epoche in cui il clero era molto scarso e il Friuli si era organizzato attraverso le Pievi, alle quali facevano riferimento tante comunità e dove venivano fatti molti servizi, anche dal punto di vista liturgico. Chiaramente la situazione attuale chiede una riorganizzazione di tutte le attività del territorio. Ho visto che in alcune realtà dove è partito il progetto di Collaborazione, per esempio, le parrocchie sono riuscite ad assumere una segretaria o un segretario di Collaborazione. Questo chiaramente solleva i sacerdoti di tante incombenze che sarebbero altrimenti sulle loro spalle; in altre Cp i referenti pastorali d’ambito hanno preso in mano interi settori della Collaborazione. Lavorare con équipe di persone corresponsabili aiuta i sacerdoti ad essere meno oberati, credo che questo sia un elemento da condividere».

Le considerazioni emerse dagli incontri porteranno a dei cambiamenti nelle Collaborazioni?
«Tutte le riflessioni emerse saranno condivise con il Consiglio pastorale e presbiterale che si incontreranno in forma congiunta e in quel contesto faremo il punto della situazione. Se ci sarà un un aggiornamento del progetto delle Collaborazioni pastorali terrà conto di ciò che è accaduto in questi sette anni e che ha modificato un po’ la morfologia pastorale della nostra diocesi. Il tempo passa, la storia si modifica e la Chiesa deve saper rispondere alle domande che le vengono poste, in quel determinato tempo».
Valentina Zanella

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