C’è stato chi lo ha definito la “cenerentola” delle Olimpiadi. 32 anni il 26 febbraio, originario di Forni Avoltri, il biatleta Nicola Romanin – cresciuto nell’Asd Monte Coglians – ai Giochi di Milano Cortina ha scritto una straordinaria storia sportiva, ripresa nelle settimane olimpiche da molte testate.
Una presenza che sa di impresa la sua. Una parabola iniziata con una qualificazione olimpica conquistata allenandosi praticamente in proprio. La preparazione l’ha messa a punto il fratello Mirco, tecnico responsabile della Nazionale femminile di Biathlon, con cui si sentiva telefonicamente quasi ogni giorno per i dettagli degli allenamenti. Poi la gioia della convocazione in maglia azzurra…
Nicola, ripercorriamo gli ultimi strepitosi mesi?
«A fine novembre c’è stata la qualificazione per l’Ibu Cup (circuito di biathlon di secondo livello, ndr.) con la partecipazione di tutti gli atleti italiani e mi sono qualificato come primo. Quindi, da subito ho fatto buone gare e a gennaio mi sono guadagnato la possibilità di correre in Coppa del Mondo, l’ultima occasione per farmi notare e sperare in una convocazione per le Olimpiadi. Ho cercato di dare subito il massimo, classificandomi davanti agli altri atleti che avevano corso tutta la stagione in Coppa. Poi la decisione, di comune accordo tra i tecnici della Nazionale, per la mia partecipazione a Milano Cortina: un’emozione indescrivibile, condivisa subito con mio fratello….».
Quindi, valigia, nevi olimpiche e ben quattro gare…
«Sono riuscito a dare il meglio nel giorno più importante della mia vita, nella sprint (è stato impeccabile al tiro, ndr.), che ho affrontato in maniera serena chiudendo con il miglior risultato in carriera, 16°. Posso solo essere felice… Correre davanti al pubblico di casa è stato meraviglioso come lo è stato, alla partenza, vedere mio figlio che mi incitava, insieme a mia moglie».
Poi l’inseguimento, la qualificazione per la mass start (con il 28° posto) ed è stato pure scelto per la staffetta, chiusa al 14° posto…
«Ho cercato di onorare la maglia azzurra. Purtroppo la gara a squadre non è andata come ci aspettavamo, a causa di un meteo inatteso e di mescole di materiali che ci hanno purtroppo svantaggiati. Ma può capitare. La mass start, caratterizzata dal vento e da troppi errori per i miei standard, si è chiusa comunque con una volata, per giocarci dal 27° al 29° posto, che io e i due atleti di Francia e Stati Uniti abbiamo deciso di “regalare” alle 10 mila persone che ad Anterselva ci stavano applaudendo all’arrivo. Arrivare 28°, comunque nei 30, è stata una bella soddisfazione per niente scontata».

Cosa si è portato a casa, dopo due settimane di stupenda atmosfera olimpica?
«Anche se ho 32 anni penso di essere cresciuto ancora. Avere più consapevolezza nei miei mezzi mi aiuterà ad affrontare il finale di stagione molto carico e pronto a tutte le sfide. Poi, tornare finalmente a casa in questi giorni e trascorrere un po’ di tempo con mia moglie e mio figlio, a cui ad aprile regaleremo una sorellina, è stato bellissimo».
A proposito di casa, lei è cresciuto, come suo fratello, a pane e sci. Lo sport è sempre stato una tradizione di famiglia col papà che ancora compete nei master. Sua moglie è stata più volte campionessa del mondo ed europea di nuoto in acque libere. Che posto hanno gli affetti familiari nella sua vita da sportivo?
«Penso siano la cosa più importante, senza di loro non avrei mai continuato fino a questo punto. A partire dai miei genitori, da mio fratello e non meno importante da mia moglie. Anche nei momenti più difficili, quando certi livelli sembravano irraggiungibili, mi hanno spronato, ricordandomi quanto comunque di positivo c’era già stato nella mia carriera».
Lei è stato artefice di un’impresa straordinaria. Il segreto?
«Continuare a credere nei propri sogni e ogni giorno trovare un dettaglio da migliorare. Si può veramente arrivare a fare cose che non si sarebbe mai immaginato di fare. Nel mio caso è stato mio fratello che mi ha aiutato a selezionare i dettagli per completare un biathlon perfetto; in quattro anni ci siamo concentrati su questi dettagli e siamo riusciti a perfezionare tutto».
Guardandosi indietro, a chi va il “grazie” per la partecipazione ai Giochi?
«In primis, a tutta la mia famiglia, poi al centro sportivo dell’Esercito che, comunque, quando ero junior ha visto qualcosa in me dandomi l’opportunità di continuare a seguire il mio sogno. A tutti gli allenatori, da quelli del Comitato a quelli dello Sci club, a tutte le persone che sono dietro le quinte per supportare bambini e ragazzi nello sport».

Nicola, dopo il sogno Olimpiade realizzato, come vede il suo futuro? Se le dico Francia 2030 (i prossimi Giochi, nrd.)?
«La Francia è un po’ lontana. A inizio stagione avevo già deciso che sarebbe stata l’ultima, anche perché ad aprile arriverà una bimba… Ammetto però che non mi aspettavo di fare una stagione così ad alto livello. Se prima il pensiero era al 100% smettere, adesso siamo a 50 e 50 e lo condivido con mia moglie… Intanto, vivo il presente, poi ci sarà tempo per decidere».
Lei è di Forni Avoltri, ma abita in Val Aurina, in Trentino-Alto Adige. Quando farà una capatina sulle nevi dove tutto è iniziato?
«A fine stagione di certo tornerò in Carnia. Ci sarà anche mio fratello, perché l’ex sindaco e ora consigliere regionale Emanuele Ferrari ci ha già “prenotati” per una festa che faranno in nostro onore. Quindi, ben volentieri saremo a festeggiare nella nostra Carnia».
Monika Pascolo














