Chiesa

Chiese, spazi che parlano. Incontro sulla cura dello spazio celebrativo

Bastano un tetto sotto al quale ripararsi dalla pioggia e delle persone che vi si ritrovano a pregare per fare una chiesa? O è necessario uno spazio “abitato” anche simbolicamente? E che caratteristiche deve avere quello spazio?

Sono alcune delle domande alle quali si cercherà di dare risposta sabato 28 febbraio nel tradizionale appuntamento quaresimale di formazione per gli operatori della liturgia promosso dall’Ufficio liturgico diocesano. L’incontro, sul tema “La cura dello spazio celebrativo” si terrà dalle ore 14.30 nella Sala Paolino d’Aquileia in via Treppo 5/B a Udine.

È il 50° anniversario del terremoto ad offrire lo spunto per il tema della riflessione che sarà proposta agli operatori della liturgia e che prenderà le mosse dall’enorme sforzo fatto dopo il 1976 dalla Chiesa friulana per riprendere il gusto della celebrazione tra le macerie, nella ricostruzione e nelle chiese rinnovate. Il sisma «è stato un’esperienza di grande distruzione – osserva il direttore dell’Ufficio liturgico diocesano, mons. Loris Della Pietra –, ed è perfino singolare il fatto che esso abbia colpito il cuore anche il geografico del Friuli, dove si concentra una grande presenza di opere d’arte, di architettura gotica… Un’esperienza di grande distruzione, dunque, dove il Friuli ha rischiato tra l’altro di smarrire se stesso e la propria identità, ma che è diventata anche occasione per una ricostruzione delle fabbriche e delle case, prima, poi anche degli spazi della liturgia».

Arrivarono dopo, le chiese, come suggerito all’epoca dallo stesso arcivescovo Alfredo Battisti, ma furono attese e anche preparate da tante esperienze intermedie in cui si è continuato a celebrare, ricorda mons. Della Pietra. «Le chiese più antiche ed emblematiche, penso al Duomo di Gemona, a quello di Venzone, si sono ricostruite come erano prima, in modo che non si interrompesse il filo della memoria, ma si sono anche costruite chiese nuove, con criteri architettonici forse in parte anche discutibili o distanti rispetto a quelli cui eravamo abituati. Il punto è che c’è stato l’interesse da parte delle comunità a riavere i loro luoghi di culto».

Marzio Serbo

E oggi è sufficiente avere a disposizione un luogo di culto o bisogna imparare, o reimparare, a stare in quel luogo? «Credo che questa sia una sfida importante – risponde mons. Della Pietra – perché un po’ tutti siamo diventati funzionalisti, puntiamo al risultato immediato, quasi che avere un tetto sia sufficiente. Ma nella liturgia il simbolo parla, e lo spazio è simbolo e come tale va considerato e abitato».

Da qui l’approfondimento proposto il 28 febbraio agli operatori della liturgia. L’incontro sarà introdotto dalla riflessione del prof. Marzio Serbo, liturgista laico della diocesi di Trieste, che approfondirà proprio il tema di come abitare lo spazio liturgico (“Varcare la soglia dell’incontro”). Seguiranno i lavori di gruppo, per cogliere il rapporto tra spazio e celebrazione in alcuni momenti della Messa: i riti di introduzione, la liturgia della Parola e la liturgia Eucaristica.

Dopo la condivisione della riflessione dei gruppi, l’incontro si concluderà con la celebrazione dei Primi Vespri della II domenica di Quaresima nella chiesa interna dell’Istituto delle Suore della Provvidenza in via Scrosoppi 2.

L’incontro “La cura dello spazio celebrativo” è rivolto a tutti gli operatori della liturgia. «Anche, perché no, a presbiteri e diaconi, e poi lettori, cantori, ministri straordinari della Comunione, responsabili dei ministranti, ma in particolare a coloro che hanno il compito di curare gli spazi della preghiera e lo fanno con straordinario affetto e sensibilità: i sacrestani, coloro che si occupano dei fiori e tutti coloro che si impegnano nella manutenzione delle chiese. C’è un piccolo esercito che si dedica a questo con impegno nelle nostre comunità – conclude mons. Della Pietra –. E va detto anche che nel tempo è cresciuta una certa sensibilità liturgica. Abbiamo imparato a gestire le chiese tenendo conto dei ritmi dell’anno liturgico, delle esigenze della preghiera comunitaria. C’è più attenzione anche nelle piccole cose e questo grazie al contributo di tanti operatori. Buona parte delle chiese della nostra diocesi sono luoghi in cui è possibile fare esperienza del mistero di Dio. Credo che questo sia un piccolo passo avanti che abbiamo fatto in questi 50 anni, verso una maggiore coscienza dell’esperienza celebrativa».

Valentina Zanella

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