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Sudan, oltre 30 morti in attacchi con droni. Don Cignolini: «Sono notti pesanti». Campagna quaresimale della diocesi

«Stiamo bene, anche se abbiamo avuto due notti un po’ “pesanti” a causa dei droni che oltre al resto hanno colpito anche un internato, la centrale elettrica e un deposito di munizioni. Finora non abbiamo notizie di vittime…». A parlare è padre Luigi Cignolini, Comboniano, originario di Codroipo, raggiunto telefonicamente a Kosti, dove opera attualmente la sua missione. Nei giorni scorsi dal Sudan sono giunte altre drammatiche notizie con oltre 30 morti in attacchi con droni su due mercati del Kordofan.
Ad essere colpite due città controllate dai paramilitari, Abu Zabad e Wad Banda. La coordinatrice umanitaria dell’Onu in Sudan, Louise Brown, denuncia come i civili siano drammaticamente “intrappolati” nei combattimenti tra esercito di Khartoum e milizie Rsf.

È una catastrofe umanitaria volutamente ignorata quella del Sudan. Del conflitto scoppiato nel paese il 15 aprile 2023 e oggi considerato una della crisi umanitarie più gravi e trascurate al mondo non si parla, se non attraverso l’informazione alternativa della stampa missionaria. E questo non a caso. «Ci sono degli interessi forti per tenere il Sudan fuori dai radar mondiali», afferma padre Cignolini.

Classe 1950, il missionario è presente in Sudan dal 1980. È lui il “tramite” della campagna di solidarietà quaresimale promossa quest’anno dal Centro missionario diocesano che l’Arcidiocesi di Udine propone a tutte le parrocchie. La Vita Cattolica dell’11 marzo 2026 propone una sua ampia intervista, qui un estratto.

Padre Cignolini, quando è esplosa la guerra ha investito anche la vostra missione?
«Sì. Fino ad un anno e mezzo fa la nostra missione era ad Al Ubayyid, capitale del Kordofan, e quando hanno iniziato a sparare a Khartoum lo hanno fatto anche a Al Ubayyid. I ribelli hanno conquistato la città».

Anche voi avete dovuto scappare?
«All’inizio siamo rimasti, finché il Governo ha ripreso il controllo della città. Però la situazione è sempre stata molto pericolosa. Dopo un anno e mezzo il Vescovo ci ha chiesto di spostarci, dato che la città era praticamente circondata».

La gente in che condizioni vive?
«In condizioni molto difficili. Manca il lavoro, non ci sono attività di nessun tipo. Dove sono passati i ribelli hanno rubato e distrutto tutto. È stato così anche nelle nostre parrocchie: non c’è più un letto, una coperta, un lenzuolo… In alcuni posti hanno portato via addirittura porte e finestre. Tutto è da ricostruire. La gente poi vive al limite della sopravvivenza. Fa fatica a mangiare e, ancor peggio, non ha la possibilità di curarsi. Andare in ospedale è impossibile, medicine e cure costano troppo. Chi ha la malaria cerca di farsela passare in qualche modo…».

Di fronte a questo orrore perché il mondo occidentale tace?
«Perché dietro al conflitto ci sono interessi economici oltre che politici molto forti, in particolare dei Paesi arabi che sostengono i ribelli. Il Sudan è uno dei Paesi con maggiori riserve d’oro, però solo una parte di questo oro viene esportato in maniera ufficiale, dicono il 20%. L’anno scorso c’è stata una produzione di oro di 70 tonnellate, di cui solo 20 sono passate attraverso i canali ufficiali. Evidentemente c’è tutto l’interesse a a tenere questa situazione fuori dalle notizie mondiali».

Catastrofe umanitaria, 12 milioni di sfollati

Esploso nell’aprile del 2023 tra l’esercito regolare (Saf) e le Forze di Supporto Rapido (Rsf) – che temevano di perdere il controllo delle loro milizie e delle immense ricchezze gestite (soprattutto miniere d’oro) –, il conflitto in Sudan ha fatto sprofondare il Paese in una spirale di violenza, fame e sfollamenti di massa, tanto che l’Unhcr ha definito la crisi sudanese la più grave catastrofe umanitaria a livello globale con oltre 12 milioni di persone sfollate e 30 milioni di persone bisognose di assistenza. Un conflitto civile totale che minaccia di smembrare il terzo paese più grande dell’Africa. E un conflitto “per procura”. Egitto e Iran sostengono le Saf, mentre Emirati Arabi Uniti le Rsf. Anche la Russia (attraverso l’ex Gruppo Wagner) e la Cina osservano da vicino, per via delle rotte del Mar Rosso e delle risorse minerarie.
Dopo quasi tre anni di combattimenti, le Saf mantengono il controllo di Port Sudan (attuale capitale de facto) e di gran parte dell’est e del nord. Da qualche mese hanno ripreso il controllo di Khartoum. Le Rsf dominano invece gran parte del Darfur e stanno spingendo sul Kordofan.

Nel 2025, le Rsf hanno preso il controllo della città strategica di El Fasher dopo un assedio brutale, mentre l’esercito regolare ha tentato controffensive su vasta scala utilizzando droni e supporto aereo.
Degli oltre 12 milioni di sfollati circa 4 milioni sono fuggiti nei paesi vicini (Ciad, Sud Sudan, Egitto, Etiopia), spesso già instabili. Oltre il 50% della popolazione soffre di insicurezza alimentare acuta. Circa l’80% delle strutture sanitarie nelle zone di conflitto è fuori servizio. Epidemie di colera, morbillo, malaria si diffondono rapidamente a causa del collasso dei sistemi idrici. 7 milioni di bambini non stanno andando a scuola da ormai tre anni.

Come aiutare

Attraverso la campagna quaresimale “Un pane per amor di Dio” si punta a sostenere i missionari Comboniani e la Chiesa sudanese nell’aiutare le tante persone in bisogno, nel prendersi cura delle comunità in attesa di uno sperato quanto incerto ritorno alla normalità. È possibile contribuire con una donazione: in tutte le parrocchie dell’Arcidiocesi; attraverso il Conto corrente postale n° 65921272 intestato ad Associazione Missiòn Onlus; attraverso il conto corrente bancario a Banca Etica – Succursale di Treviso (Viale 4 Novembre n.71, 31100 – Treviso), intestato ad Associazione Missiòn OdV ETS IBAN: IT75 I050 1812 0000 0001 1159 951.

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