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Giovani, il 24% «sotto pressione», ma con voglia di partecipare

Vivono in un’epoca caratterizzata da una quantità di opportunità senza precedenti, eppure questa “apertura” estrema si sta trasformando, per molti ragazzi italiani tra i 13 e i 24 anni, in un fattore di pressione e spaesamento, in un vero e proprio “blocco”. A dirlo è “Fragile – mappae mundi di una nuova generazione”, la prima indagine dell’Osservatorio permanente sulla condizione giovanile in Italia di Fondazione UnHate, curata dal sociologo Mauro Magatti. Lo studio aggiunge però anche che tra i giovani c’è grande desiderio di partecipazione e che proprio l’impegno in attività come sport, arte e volontariato ha un effetto protettivo sulla loro salute mentale. Una ricerca del Centro servizi volontariato del Friuli-Venezia Giulia, a tal proposito, ribalta la narrazione sul disimpegno giovanile: un giovane su tre è infatti un volontario attivo e numerosi sono coloro che hanno fatto esperienza di volontariato e la ripeterebbero, se messi nelle condizioni di poterlo fare. Tra i giovani non manca il desiderio di coinvolgimento, dunque. Sono gli adulti, più spesso, a non offrire loro spazi per mettersi seriamente in gioco.

Sulla Vita Cattolica del 18 marzo 2026 pubblichiamo un ampio approfondimento su questo tema.
La neuropsichiatra infantile Silvana Cremaschi intervistata al proposito ai microfoni di Radio Spazio da Valentina Pagani afferma che la ricerca curata da Magatti «conferma le preoccupazioni che erano emerse subito dopo il Covid. Dall’altro lato però essa offre anche uno sguardo rincuorante sul fatto che molti ragazzi sono abbastanza ottimisti e positivi». La ricerca, prosegue Cremaschi «ci presenta un quadro degli adolescenti meno bamboccioni di come ce li hanno descritti ed è così anche nella mia esperienza. Io vedo ragazzi molto sensibili, molto attenti agli altri, molto attenti – qualche volta anche troppo – ai loro genitori… E che a volte si mettono nei guai perché hanno paura di preoccuparli troppo, quindi non dicono le cose, non presentano i problemi che vivono». «Oggi le famiglie sono più fragili di un tempo – osserva Cremaschi –, i genitori sono molto pressati dal lavoro, dagli impegni e dalle istanze culturali che li spingono ad essere sempre giovani e alla ricerca di qualcosa di nuovo. Nei ragazzi il timore che mamma e papà possano separarsi o comunque andare in crisi c’è. E a genitori e adulti un po’ fragili, corrispondono adolescenti caricati di pressioni».

Uno degli elementi chiave emersi dall’indagine è che la partecipazione ad attività come sport, arte e volontariato ha un effetto protettivo sulla salute mentale dei ragazzi. Cremaschi suggerisce come favorire il desiderio di partecipazione che la stessa ricerca mette in luce.
«I ragazzi sono “prendibili” se gli mostriamo la luna e non, come spesso facciamo, il dito». «Bisogna osare – insiste la neuropsichiatra –, penso a quelle esperienze che lasciano il segno, come Taizé, i campi di Libera, Emergency… Ci sono tante possibilità, siamo noi adulti che dobbiamo avere il coraggio di proporle. E non lasciamoci spaventare da un futuro sempre più percepito come minaccia, ricordiamoci che si può riuscire a vivere bene anche in un mondo profondamente cambiato e complesso, ma lo si può fare solo insieme. La creatività collettiva è quello che ogni generazione di adolescenti inventa per costruire un mondo. I miei genitori, adolescenti durante la guerra, che mondo avevano davanti? Eppure hanno osato sognare. Se il sogno c’è e se c’è una dimensione di collettività, i ragazzi di oggi sapranno costruire un mondo. Quello che vorranno loro!».

L’intervista completa con Silvana Cremaschi si può leggere sulla Vita Cattolica del 18 marzo 2026

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