«Vorrei imparare a lasciarmi plasmare dal Signore per essere un prete come lo era don Bosco: vicino alla gente, quella piccola luce che mostra che il Signore è sempre presente e che le ferite e le cadute non sono l’ultima parola, perché Lui è lì e ci tende la mano». Don Antonino Mazara non nasconde l’emozione in vista dell’imminente ordinazione sacerdotale.
32 anni, nato a Gemona del Friuli da genitori siciliani, ma cresciuto a Santa Maria la Longa, dirà il suo «sì per sempre» sabato 25 aprile, alle 11, nella celebrazione presieduta dall’arcivescovo Riccardo Lamba nel duomo di Palmanova. Giovedì 23 aprile, alle 21, nella chiesa parrocchiale di Santa Maria la Longa è in programma un momento di preghiera in cui affidare don Antonino e, in contemporanea, lo stesso momento di preghiera si vivrà anche nella chiesa della casa salesiana di Pordenone, dove egli sta attualmente prestando servizio.
«Sono emozionato, ma anche preparato – ci racconta, con entusiasmo –. Quello che ho vissuto fin qui è un cammino intenso che ormai dura da 11 anni. Si avvicina dunque una tappa tanto desiderata e ci arrivo anche con una bella serenità. Bello! Tanta emozione!». E con la sua quella delle comunità che lo hanno visto crescere e accompagnato in questi anni. In particolare a Santa Maria la Longa, dove Antonino ha frequentato la Parrocchia e l’Oratorio dell’opera salesiana La Viarte.
Sulla Vita Cattolica del 22 aprile 2026 si può leggere l’intervista integrale con don Antonino. Qui un estratto.
È maturata in oratorio la tua vocazione?
«Direi su due fronti: il primo è sicuramente quello dell’oratorio, della parrocchia e della realtà salesiana della Viarte, in un contesto molto semplice ma anche molto vero di cura verso i più piccoli e gli ultimi, nello stile salesiano e nell’esempio dei salesiani che ho incontrato quando ero ragazzo e con i bambini dell’oratorio e tutti i ragazzi della comunità della Viarte. In tutte queste realtà ho avuto testimonianza di una vita che è bella, piena e realizzata quando è una vita spesa per gli altri e ho potuto fare esperienza di questo “fuoco”, specialmente da animatore».
E il secondo “fuoco”?
«Si è acceso in Sicilia. Nel 2011 don Michele Di Stefano, il parroco del paesino di origine della mia famiglia, Fulgatore (Trapani, ndr), molto impegnato nell’aiutare i giovani, è stato ucciso per motivi legati a malavita e corruzione. Questo fatto mi ha provocato moltissimo sul dare la vita, sullo scegliere a chi dare le mie energie, il mio tempo, il mio amore fino in fondo. Subito dopo la morte di don Michele ho percepito una sorta di chiamata a continuare quello che lui stava facendo tra i giovani e là dove vorrà il Signore».
Le tue origini siciliane hanno avuto un ruolo importante nel tuo cammino, all’ordinazione ci sarà anche qualche amico e parente da Fulgatore?
«Sì, verrà un bel gruppetto a pregare insieme a festeggiare questo passo anche perché tutti sanno che sono molto legato a don Michele; l’ordinazione sarà anche un’occasione per ricordare lui, un grande prete che ha dato la vita per tanti».
È a don Michele che guardi quando immagini il sacerdote vorrai essere?
«Da settembre sono inserito nella casa salesiana di Pordenone e lì ho avuto modo di percepire che i ragazzi desiderano proprio una figura che come Don Bosco condivida la loro vita. Io vorrei essere questo, un prete “di famiglia”. Un sacerdote che ricorda loro che c’è sempre il Signore presente che tende la mano».
Valentina Zanella














