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«Come dopo il terremoto, rinascere è pensarsi insieme». Il cardinale Zuppi a La Vita Cattolica e Radio Spazio

«Quel ricordo così doloroso ci aiuta, oggi, a scegliere con consapevolezza un futuro da costruire e ricostruire, per difendere di nuovo la persona e farci pensare come comunità». Persona e comunità, una direttrice singolare, interiore, e un’altra, imprescindibile, declinata al plurale. Questo, secondo il cardinale Matteo Maria Zuppi, il progetto della ricostruzione da proseguire – talvolta avviare – oggi, a distanza di cinquant’anni da quel terribile 6 maggio. «La ricostruzione ha dato tanta sicurezza, ma non basta, perché c’è bisogno di guardare al futuro con speranza», ha affermato ai nostri microfoni, alla vigilia del suo arrivo in Friuli previsto per domenica 3 maggio. Al mattino, l’arcivescovo di Bologna e presidente dei Vescovi italiani incontrerà i giovani nel Santuario di Sant’Antonio; successivamente, presiederà la grande celebrazione eucaristica nella caserma Goi-Pantanali di Gemona.

Eminenza, nel 1976 ben 81 Diocesi italiane si gemellarono con paesi friulani colpiti dal sisma, portando aiuti di vario genere. La sua Arcidiocesi di Bologna, per esempio, si gemellò con Resia… In che modo quell’esperienza ha inciso sul cammino della Chiesa in Italia?

«A distanza di 50 anni vedo ancora come i ragazzi che vennero in Friuli ritornarono diversi. Molti di loro scelsero poi un impegno di carattere sociale, di solidarietà, che gli ha cambiato la vita. Direi che è stata una vera immersione di solidarietà per molti, che poi è continuata in un impegno, una scelta di vita, e anche di legame tra di loro.»

Andrà anche lei a Resia?

«Sì (a giugno, ndr), proprio perché assieme agli allora ventenni (che oggi hanno un’età decisamente matura) vogliamo ricordare le persone con cui hanno condiviso quei momenti terribili, per continuare a sperimentare solidarietà e capacità di affrontare insieme i problemi.»

A proposito di “insieme”, i primi aiuti portati dalle Diocesi gemellate furono i Centri di comunità, prefabbricati in cui le persone potevano riunirsi. Come interpreta quella scelta?

«Fu una grande indicazione di metodo. Noi vediamo questa capacità di collaborazione, ma direi di più, è proprio un “pensarsi insieme”. Il tuo problema diventa il mio e capiamo che se ne esce soltanto insieme. Questa consapevolezza, in realtà, è la condizione della vita. Quante disgrazie, quante avversità mettono alla prova ogni persona e le nostre relazioni! Quindi, a maggior ragione, dobbiamo creare, come allora, luoghi e momenti di incontro, di relazione che ci possono aiutare ad affrontare le difficoltà e a trasformarle, al contrario, in qualcosa di positivo.»

L’allora arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, definì i gemellaggi “profetici”, perché rivolti a persone povere, anzi, impoverite dal sisma. A distanza di cinquant’anni, a quali profezie è chiamata la Chiesa di oggi?

«Dobbiamo vedere tutti coloro che sono in condizioni di difficoltà, di disagio, di povertà. Per esempio, ci può essere un terremoto nel corpo, quindi una persona perde l’autosufficienza. Non sei più quello di prima e non c’è nessuno che ti ricostruisce, sei lasciato solo con le tue macerie fisiche e qualche volta anche psichiche. Penso che questa sia la grande sfida. Ma anche la “Casa Comune” richiede un impegno comune. Nessuno può pensare di dire “a me non interessa”: la Chiesa deve, con tanta profezia, essere comunità non soltanto con i suoi, ma con tutti, “Fratelli tutti”. La profezia è vivere oggi quello che sai che ci sarà, che vuoi che ci sarà, che la Parola di Dio ci insegna a vedere e a cercare. Ecco, penso che questa sia la profezia che dobbiamo vivere.»

L’intervista completa con il cardinale Zuppi, qui riportata in un estratto a firma di Giovanni Lesa, è disponibile nell’edizione de La Vita Cattolica del 29 aprile 2026.

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