Luci tra le sbarre

L’audacia di un vescovo

È possibile parlare della “perfetta letizia” francescana in un carcere di alta sicurezza?

È quello che ha “osato” fare l’arcivescovo Riccardo Lamba nel suo incontro di giovedì 11 giugno con un gruppo di persone detenute della Casa circondariale di Tolmezzo, che ha avuto come filo conduttore la figura di San Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte.

E, certo, ha fatto una certa impressione constatare come le riflessioni dell’Arcivescovo sulla povertà in spirito, sul fatto che nessuna realtà materiale possa dare un significato pieno all’esistenza, trovassero piena consonanza e approvazione da parte di chi, spesso, si trova in carcere proprio per aver creduto all’illusoria felicità della ricchezza, ambita e ricercata ad ogni costo, anche al di fuori della legalità.

«La casa può essere sostituita, ma ciò che non può essere rimpiazzato è la salute e soprattutto l’amore», ha osservato un detenuto.

Un altro ha aggiunto: «Se aprissimo davvero gli occhi, ci renderemmo conto di essere già ricchi di tante cose».

Mons. Lamba ha posto una domanda che ha toccato profondamente i presenti: «Che cosa c’è nella vostra vita che, se vi fosse tolto, vi farebbe sentire di aver perso tutto?». Le risposte sono state unanimi: il pensiero è andato ai figli, ai genitori, alle mogli, alle persone amate. La sofferenza più grande non riguarda la mancanza di cose materiali o delle comodità, ma la lontananza dagli affetti e la preoccupazione che i propri cari stiano bene. Nelle parole dell’Arcivescovo, condivise dai detenuti: ciò che davvero sostiene l’uomo non è il possesso delle cose, ma il sentirsi amato ed amare a sua volta.

E la “perfetta letizia”? L’Arcivescovo ha ricordato che per San Francesco la vera gioia non consiste nel successo, negli applausi o nei risultati ottenuti, ma nella capacità di conservare la pace del cuore anche quando si viene respinti, umiliati o trattati ingiustamente.

Lo ha confermato uno dei detenuti che ha confidato come, durante un viaggio in Africa, era rimasto colpito dal sorriso di alcuni bambini che pure vivevano in condizioni di estrema povertà. «In quel momento mi sono reso conto che non avevo ancora compreso il significato autentico della felicità», ha detto.

È allora possibile trovare e conservare la pace interiore perfino quando vengono meno la libertà personale o le proprie sicurezze, come quando si è in un carcere? La “bomba” – così ha definito mons. Lamba la sua domanda provocatoria – lanciata dall’Arcivescovo e depositata nei cuori degli ascoltatori, verrà fatta “brillare” nel suo prossimo incontro con i detenuti…

La lettura del Cantico delle creature è stata l’audacia conclusiva che ha caratterizzato questo incontro. In un ambiente dove sono di casa imprecazioni, maledizioni e bestemmie (e non solo nelle celle dei detenuti), sono risuonate, chiare, preziose e forti, le laudi all’Altissimo, onnipotente e bon Signore, per tutte le sue creature, particolarmente per quelli che sopportano nella pace infermità e tribolazioni e che saranno un giorno da Lui incoronati.

Claudio Santangelo C.M.
cappellano della Casa circondariale di Tolmezzo

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