Per arrivare ci vuole mezzora di camminata su un sentiero sterrato. La macchina l’abbiamo lasciata sulla strada principale, perché tra buche strettoie e salite, ci hanno caldamente consigliato di fare così. Kadira – allegra e di buon passo – è davanti a noi, impaziente di portarci a casa sua. Immerse nel verde più assoluto, siamo nei pressi di Kutlici, area boschiva e montuosa sul territorio di Srebrenica, in Bosnia ed Erzegovina.
Settantacinque anni, Kadira vive da sola, sostanzialmente in mezzo al bosco. La sua piccola casa – ancora al grezzo, senza intonaco e circondata da alberi da frutto – si trova su una sommità davanti a cui si apre una piccola radura. È da lì che – ormai trentuno anni fa, durante la guerra in Bosnia – vide arrivare le forze serbo-bosniache del generale Mladic. Sfollata a Tuzla, Kadira ci racconta che fu tra le prime persone a tornare, già nel 1997, appena due anni dopo il genocidio di Srebrenica e la feroce pulizia etnica nella Valle della Drina. Al suo ritorno però la casa non c’era più, gliel’avevano bruciata. «Mi sono ostinata a dormire qui, in una tenda – spiega con una buona dose di orgoglio –. Hanno cercato in tutti i modi di convincermi a scendere in città, dicendomi che mi avrebbero fornito una sistemazione lì, ma io ho sempre vissuto qui e volevo la mia casa esattamente dov’era prima».
Sorridiamo, perché il “dov’era e com’era” ci suona molto familiare. Fatto sta che qualcuno la sua storia se la prese a cuore, fu la Caritas a ricostruirle, seppur più piccola, una casa.

Anche oggi qualcuno ha scelto di aiutarla: «Ospiti in arrivo», associazione udinese che si occupa dei diritti delle persone migranti sulla rotta balcanica. «Da oltre dieci anni – raccontano le volontarie Ester Del Terra, Bisera Krkc e Gabriella Casarsa – offriamo supporto concreto a chi, attraverso la rotta, arriva a Udine. Ogni anno però compiamo anche missioni di monitoraggio nei Balcani soprattutto in Bosnia».
A contraddistinguere l’impegno del sodalizio c’è una scelta chiara: esserci per le persone in movimento sulla rotta balcanica e – al contempo – sostenere fattivamente anche le fragilità delle comunità che da quel movimento sono attraversate. «Nel 2025 siamo venute per la prima volta nella Valle della Drina – spiegano ancora le tre volontarie –, venendo in contatto anche con la realtà delle donne di Srebrenica. Come altrove in passato, abbiamo deciso di prenderci a cuore un piccolo progetto, così l’associazione “Djueluj.ba”, con cui collaboriamo da tempo, ci ha segnalato la storia di Kadira. Nel luglio del ’95, nella mattanza di Srebrenica, oltre alla casa, Kadira perse una settantina di familiari. Non aveva però né marito, né figli, rimanendo così esclusa dalla possibilità di ricevere la piccola indennità che viene riconosciuta alle “madri di Srebrenica”. Il non essersi mai sposata, la difficile situazione economica in cui versa il paese hanno fatto il resto, costringendola a una perenne fragilità economica. La lontananza dalla città è poi una difficoltà in più, d’inverno, con la neve (che qui è abbondante) rimane isolata anche per lunghi periodi. Per lei è quindi stato ideato un microprogetto di agricoltura di sussistenza che abbiamo finanziato anche grazie a una raccolta fondi che ha dato buoni frutti».

È stata quindi ristrutturata, con il rifacimento del tetto, la piccola stalla accanto alla casa di Kadira. Non solo. Sono state anche comprate due caprette. Inoltre, se prima per innaffiare l’orto doveva fare un lungo tragitto per riempire d’acqua delle taniche, oggi, grazie a un impianto nuovo, l’acqua corrente arriva proprio dove serve. «La mia vita – ci racconta la donna – è cambiata in meglio, vivo molto più serena.
Qualche giorno fa, in vista delle elezioni, mentre ero in città mi hanno chiesto di firmare una lista elettorale, ho risposto che se mai voterò qualcuno, voterò voi italiani, gli unici ad avermi aiutata». Insieme scoppiamo a ridere. A Srebrenica, la delegazione di «Ospiti in arrivo» ha incontrato anche le “Madri di Srebrenica”, ormai anziane, per mantenere vivo un legame – nato proprio un anno fa – nel segno della memoria.
Anna Piuzzi















