Nelle ultime settimane l’attenzione dei mezzi di informazione si è incentrata sull’obbligatorietà o meno per i medici di Medicina generale (Mmg) di contribuire al funzionamento delle Case della Comunità (Cdc), almeno per qualche ora alla settimana, così da poter garantire quella “presenza medica” H24 necessaria per rispettare uno dei parametri fondamentali del DM 77. Raggiunto un qualche – discutibile – accordo, forse ora si potrà entrare nel merito di quello che le Case della Comunità dovrebbero garantire ai cittadini per consentire un “salto di qualità” dei servizi di prossimità.
La missione 6 del Pnrr, finanziata dalla U.E., promuove investimenti per supportare soluzioni che, prossime alle “comunità” (quartieri delle città, aggregazioni di comuni, aree interne…), favoriscano una maggiore integrazione operativa delle figure professionali sanitarie e sociali che operano sul territorio, compreso il medico di Medicina generale.
Da qui l’idea di “mettere sotto lo stesso tetto” i professionisti, già presenti nei nostri Distretti ed i medici di Medicina generale, in modo da garantire una prima risposta ai problemi di salute, spesso aggravati da aspetti sociali (difficoltà economiche, solitudine, livello di istruzione…), che non possono trovare nelle strutture ospedaliere la giusta/appropriata soluzione.
La Case della Comunità così intesa diventa il luogo nel quale si organizza e ricompone l’insieme dei servizi e delle attività offerte da tutti gli attori che, a diverso titolo, si prendono cura della salute delle persone e della Comunità : i Cittadini trovano un “punto di ingresso” nel sistema e la Comunità (non è un caso che si chiamino Case “della” Comunità) può e deve contribuire (attraverso i comuni, il terzo settore, il volontariato…) a farle funzionare al meglio.
Le case della Comunità sono state progettate per ridurre gli accessi in P.S.?
Nei documenti del Pnrr (2021) e del Dm 77 (2022) che hanno fissato obiettivi e standard
di personale ed anche in quelli della Regione FVG la riduzione degli accessi impropri al P.S. non appare come una priorità (anche se una più efficace assistenza sul territorio dovrebbe favorire un contenimento dei ricorsi “impropri” alle strutture ospedaliere). Giornali/TV e mondo politico si sono soffermati invece su questo aspetto, rischiando di sminuire gli altri obiettivi e funzioni innovative (il Numero Unico Europeo 116117 per le “urgenze minori”, l’Infermiere di Comunità, le Centrali Operative territoriali…) previsti per migliorare la “presa in carico” e l’accompagnamento dei pazienti, soprattutto delle persone in difficoltà (anche per età ed istruzione) a trovare soluzioni ai propri problemi di salute o di assistenza.
Le Case della Comunità sono arrivate: riusciremo a renderle funzionanti?
Era scontato che l’aspetto determinante sarebbe stato (ed è!) la disponibilità di impiegare nelle Case della Comunità i professionisti previsti dagli standard nazionali e regionali.
Si sapeva da tempo che uno dei problemi più rilevanti avrebbe riguardato il personale medico sia per la scarsa disponibilità dimostrata dai sindacati della Medicina generale, orientati in via prioritaria alla difesa dello “status quo”, sia per l’”uscita” (prevedibile) di alcune migliaia di professionisti proprio in questi anni.
Ancora più grave, e nota da anni, è la carenza di personale infermieristico: per far funzionare le 1038 Case della Comunità si è stimato un fabbisogno di circa 12.000 infermieri, ma l’attuale mercato del lavoro non riesce a soddisfare questa esigenza.
Era necessario, ma difficile in questa fase storica, reperire, formare ed “accompagnare” il personale prima ancora di completare le strutture delle Case della Comunità per evitare di avere sul territorio dei “contenitori vuoti”.
L’obiettivo che ci si era dati era/è troppo ambizioso?
Le funzioni previste nelle Case della Comunità andavano ben oltre una “presenza medica” (una sorta di “guardia medica”) nelle 24 ore, ma prevedevano il costituirsi di “team multiprofessionali”
comprendenti medici di Medicina generale, pediatri di libera scelta, infermieri, fisioterapisti, assistenti sociali…e servizi in parte già esistenti nei nostri Distretti socio sanitari.
Le uniche Regioni che sembrano prossime ad attuare Case della Comunità con queste caratteristiche sono l’Emilia-Romagna e la Toscana (in modo diverso il Veneto). Non è casuale: negli ultimi dieci (10!) anni in queste regioni erano state anticipate esperienze simili che, se non altro, avevano messo in evidenza la complessità di una operazione di questo genere.
Il FVG è fra le Regioni più prossime a raggiungere gli obiettivi del Pnrr, ma la operatività di tutte le funzioni previste non è certo a portata di mano.
È opportuno che i Cittadini sappiano che ci sono difficoltà a far funzionare, come si vorrebbe e si dovrebbe, queste nuove realtà, ma intanto è bene che siano informati sulle potenzialità e le modalità di accesso alla Casa della Comunità più “vicina a casa” (le Case della Comunità della provincia di Udine sono 14 : una ogni 35-40.000 abitanti) e cerchino di contribuire, attraverso le associazioni di volontariato e il terzo settore, al loro funzionamento. Anche le amministrazioni comunali (titolari del personale dedicato al “sociale”) dovrebbero dimostrare lo stesso spirito collaborativo, informando i cittadini e co-progettando con la Azienda sanitaria una costruzione operativa di servizi che dovrebbero avere un forte legame con la Comunità.
È evidente che per far nascere e per fruire di vere Case “della” Comunità occorre passare dal “chiedere che si faccia” al “fare assieme”: la “Comunità” può e deve contribuire al successo di queste importanti novità!
Valentino Moretti
presidente NET/WORKsaluteFVG















