La tunica di Cristo, tessuta senza cuciture (cf. Gv 19,23-24), che nei Padri della Chiesa è anche figura dell’unità del Corpo ecclesiale di Cristo che trova il suo fondamento in Pietro, è stata ancora lacerata. A Ecône, in Svizzera, nel quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata nel 1970 da mons. Marcel Lefebvre (missionario spiritano, arcivescovo di Dakar, fortemente critico col Concilio Vaticano II), la mattina del 1° luglio scorso i suoi seguaci hanno ordinato quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, nonostante l’accorata lettera di papa Leone XIV il 29 giugno affinché, pur riconoscendo il desiderio di fedeltà alla Tradizione, non venisse fatto questo passo scismatico. Una sollecitudine per la comunione che ha avuto anche Giovanni Paolo II il 9 giugno 1988 con la lettera scritta a mons. Lefebvre come un ultimo appello: tornare all’obbedienza, evitare uno strappo, non ferire l’unità della Chiesa. Il 30 giugno dello stesso anno Lefebvre decise comunque di procedere all’ordinazione di 4 vescovi senza mandato pontificio con conseguente scomunica latae sententiae, cioè conseguente immediatamente all’atto.
A rompere la comunione apostolica con la Chiesa cattolica e a non dare ascolto all’invito dei pontefici a non strappare l’unità della Chiesa ordinando vescovi contro la volontà del Papa è il rifiuto agguerrito del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica che ne è seguita, mosso dalla paura che certe posizioni possano far perdere un certo modo di intendere l’identità e la Tradizione cattolica. Tale rifiuto si basa su una concezione a-storica di una forma cristallizzata della “Tradizione”, assolutizzata arbitrariamente dai lefebvriani e fissata in un passato selezionato semplicisticamente come criterio per giudicare il Magistero attuale della Chiesa.
Esso viene accusato di aver introdotto rotture dottrinali sulla Messa come sacrificio, sul sacerdozio ministeriale rispetto al sacerdozio comune dei fedeli e sulla considerazione relativistica della libertà religiosa e di coscienza nel rapporto con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni soprattutto nelle Dichiarazioni Dignitatis humanae e Nostra aetate.
Il Concilio cerca l’unità dei cristiani, non nega l’unicità della Chiesa cattolica, e riconosce come la grazia di Cristo sia all’opera negli elementi di verità e di bene anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica, come faceva già Giustino di Neapolis nel II sec. parlando dei “semi del Verbo”.
Il Concilio Vaticano II legge la Tradizione come trasmissione viva della Rivelazione e della Parola di Dio nella storia, in cui il Magistero non inventa nuove dottrine, ma custodisce e approfondisce il deposito della fede, sviluppandone la comprensione nella comunità ecclesiale lungo i tempi con l’assistenza dello Spirito del Signore (cf. Dei Verbum 9-10).
In Sacrosanctum Concilium, inoltre, il Concilio chiede una riforma liturgica perché tutti i fedeli possano partecipare più pienamente al mistero pasquale celebrato in cui si attua la redenzione; Cristo unisce a sé le membra del suo Corpo mistico secondo l’ecclesiologia paolina e agostiniana (cf. Sacrosanctum Concilium 7 e 14). Da parte del tradizionalismo cattolico non c’è fiducia nemmeno nella postura che la Chiesa assume nella Gaudium et Spes nei riguardi del mondo sulla base dell’Incarnazione di Dio che «non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).
La diffidenza e il sospetto nei confronti della fedeltà alla Tradizione della dottrina sviluppata nel Concilio Vaticano II e nei Papi alberga sin dai tempi dei primi seminaristi di Ecône nelle menti e nei cuori di parecchi fedeli, religiosi e presbiteri, che non aderiscono formalmente al gesto eclatante dello scisma lefebvriano, ma ad esso si ispirano nella vita ecclesiale, nel modo di pensare la fede, di giudicare la confusione nella Chiesa attuale, non vedendo che forse tale confusione è prima di tutto in se stessi. Tuttavia, bisogna chiederci sinceramente: quali paure e quali bisogni di sicurezze ci stanno dietro le posizioni lefebvriane? Cosa non funziona nel rispondere correttamente nella linea del Concilio Vaticano II a tali bisogni nell’insegnamento nei Seminari, nelle Facoltà teologiche, nella pratica e nel discorso della fede, nella liturgia? Forse certe reazioni a pendolo al pre-Concilio, certe provocazioni teologiche non costruttive e altrettanto ideologiche quanto il tradizionalismo non hanno aiutato e non aiutano a formare coscienza ecclesiale nella fedeltà alla trasmissione viva della fede e nella novità della sua comprensione e del modo di esprimerla e comunicarla nei vari contesti storico-culturali.
È proprio qui il punto: il rifiuto di un cammino che la Chiesa legittimamente costituita compie dal Concilio Vaticano II ad oggi sul piano liturgico, ecclesiologico, cristologico, antropologico e pastorale. Chi decide, infatti, “quale tradizione” e “quale Chiesa” verrebbero difese e addirittura salvate? L’unico Salvatore della Chiesa è Gesù Cristo che l’ha amata e «ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5,25). Proprio per questo, il Decreto che dichiara la scomunica per i vescovi coinvolti nell’atto scismatico afferma che «La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione».
don Sergio Frausin
docente di Teologia dogmatica















