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Scisma nella Chiesa, mons. Lamba: «È doloroso. Ma è grave non riconoscere il Concilio Vaticano II»

«Quanto è successo i giorni scorsi è molto doloroso». Con questi sentimenti l’arcivescovo mons. Riccardo Lamba ha accolto la notizia dello scisma avvenuto in seno alla Chiesa Cattolica in seguito all’ordinazione di quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X, avvenuta il 1° luglio a Écône, in Svizzera, senza il mandato della Santa Sede. Proprio il Vaticano, tramite il Dicastero per la Dottrina della Fede, ha poi ratificato la scomunica per i quattro neo-ordinati vescovi e per i due presuli che hanno celebrato in prima istanza il rito di ordinazione.

Scisma nella Chiesa Cattolica. Una ferita che sanguina ancora

Per mons. Lamba, i provvedimenti della Santa Sede sono «danno seguito a un atteggiamento ripetuto oramai da molti anni dalla Fraternità sacerdotale San Pio X, con i quali non vengono riconosciute l’autorità di alcuni documenti del Concilio Vaticano II e l’autorità del Papa. Leone XIV, nel giorno di Santi Pietro e Paolo (apostoli a fondamento della nostra fede), ha chiesto ancora una volta di continuare il dialogo e non è stato ascoltato: è un atteggiamento molto doloroso e, allo stesso tempo, molto grave. Oltretutto è un atteggiamento che confonde le persone e quindi crea confusione anche nella cristianità e nel mondo del cattolicesimo». A questo proposito, mons. Riccardo Lamba auspica che «le persone dei nostri ambienti siano meglio informate su quello che sta avvenendo per non dar seguito a forme che possono essere strumentalizzate da alcune ideologie».

Il problema? «Non è la liturgia in latino»

Al di là delle semplificazioni che vedono ricondurre la questione alla sola celebrazione della Messa secondo il cosiddetto “rito antico”, ossia con il Messale antecedente il Concilio Vaticano II, per l’Arcivescovo di Udine il tema è ben più ampio. «Il problema non è il latino, come alcuni interpretano, perché nella Chiesa cattolica (e anche nelle nostre liturgie, nella nostra Diocesi), usiamo spesso la lingua latina». Peraltro, nella stessa Chiesa udinese ci sono celebrazioni svolte interamente secondo il c.d. “rito antico”, secondo le direttive che Papa Francesco ha affidato al Motu Proprio Traditionis custodes. «Io credo – ha affermato l’Arcivescovo – che alle spalle di tutto questo ci sia un’interpretazione sbagliata dell’ecclesiologia nata al termine di un lungo percorso sviluppato nel Concilio Vaticano II. È questo il punto. Eppure, la Chiesa non mette in dubbio l’autorità del Papa, dei Vescovi e del loro ministero, ma questo deve essere interpretato in un modo collegiale, in un modo di corresponsabilità, in un modo sinodale che la Fraternità rifiuta. La questione, per chiarezza, riguarda l’accettazione e il riconoscimento della validità di alcuni documenti del Concilio Vaticano II, di alcuni aspetti della riforma liturgica e di altri legati al dialogo ecumenico e al dialogo con i non cristiani. Poi c’è anche il mancato riconoscimento della validità del Messale promulgato da Paolo VI dopo il Concilio».

G.L.

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