«I dati del Corpo forestale regionale dimostrano che c’è una netta prevalenza di incendi di matrice dolosa, circa il 42%, poi colposa, per il 18%. Il 19% invece è rappresentato da incendi generati da fulmini, mentre nel 21% dei casi non è stato possibile identificare con certezza la causa. Gli incendi da fulmini effettivamente sono in aumento e la nostra è tra le regioni che ne registra il maggior numero, considerata l’elevata attività temporalesca». Da questa constatazione bisogna partire per un approccio colturale e culturale col bosco. Rispetto ai rischi d’incendio e la siccità. Lo sostiene Giorgio Alberti dell’Università di Udine, esperto impegnato nella redazione del nuovo piano antincendio regionale, in un’ampia intervista a cura di Francesco Dal Mas pubblicata sulla Vita Cattolica del 27 agosto 2026.
Qui un estratto.
Qual è l’origine dei troppi incendi che si stanno sviluppando nei boschi della regione?
«I fulmini sono i più insidiosi perché sono i più difficili da individuare tempestivamente. Una volta che c’è l’innesco del fulmine, questo può rimanere nascosto nel sottobosco, addirittura per giorni, quindi rallenta l’attivazione dei meccanismi di emergenza per il controllo e lo spegnimento».

È preoccupante la percentuale dei comportamenti dolosi e colposi come causa di incendi. Siamo così irresponsabili?
«L’incendio colposo è dovuto a comportamenti di disattenzione: accendere il fuoco quando c’è il vento o gettare la sigaretta accesa, o, ancora, lasciare tracce di brace accesa. Il dolo colpisce per lo più aree circoscritte. Quello che ci si trova a fronteggiare sempre più spesso sono gli incendi di grandi dimensioni, sopra i 100 ettari».
La prevenzione passa per una nuova selvicoltura o per altro?
«La prevenzione passa anzitutto attraverso la sensibilizzazione e l’informazione della popolazione proprio per adottare comportamenti attenti a evitare rischi di inneschi. Dall’altro lato c’è lo sviluppo di sistemi, di dispositivi informativi che supportano la lotta attiva. Infine sono consigliabili interventi silvocolturali di prevenzione che mirino sostanzialmente a ridurre la biomassa presente in bosco e a creare delle discontinuità spaziali nel combustibile, sia in senso orizzontale, quindi interrompendo la continuità della copertura arborea, sia in senso verticale, cioè interrompendo la continuità tra suolo e chiome».
Detto, fatto?
«Purtroppo no. Ci sono dei problemi di tipo strutturale. Innanzitutto, l’assetto della proprietà forestale, il 60% è privata. Ed è estremamente frammentata, con molti possessori spesso non identificabili. E poi mancano piste forestali di accesso».
Ma non si possono piantare specie più resistenti al fuoco?
«In effetti ci sono strategie gestionali rivolte a questo scopo. Specie possibilmente autoctone, tali da rallentare la propagazione delle fiamme, come per esempio l’introduzione della latifoglia all’interno dei boschi di conifere, oppure l’impiego di siepi come barriere naturali a bassa infiammabilità».
L’intervista completa si può leggere sulla Vita Cattolica del 27 agosto 2026















