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L'invito dell'Arcivescovo ai sindaci e agli amministratori regionali e provinciali

Mai distruggere il senso di comunità, anche le più piccole

Una riflessione sulle riforme che prefigurano la scomparsa dei comuni più piccoli e comunque il passaggio di poteri ad aggregazioni più grandi, le Uti, concepite però in una visione meramente efficentista ed economicista, prescindendo dai legami identitari e di appartenenza delle persone

Mai distruggere il senso di comunità, anche le più piccole

«La comunione strutturata in comunità è il primo contenuto concreto del cosiddetto bene comune. Di conseguenza, il primo obiettivo della buona politica e della buona attività amministrativa dovrebbe essere quello di custodire la socialità, la capacità di rispondersi gli uni gli altri nel momento del bisogno, la capacità di vedere nella condivisione della vita e nelle alleanze che ne derivano il primo bene comune». È il monito lanciato questa sera dall’Arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato, alle decine di sindaci, amministratori regionali e provinciali che sono intervenuti all’annuale incontro natalizio.  «La prima istituzione che ha cura di questo bene fondamentale si chiama Comune  - ha proseguito il presule -; altrimenti, se fosse soltanto una centrale di organizzazione e di erogazione di servizi, potrebbe chiamarsi agenzia».

Un chiaro messaggio ai decisori politici, nel momento in cui anche a livello regionale si stanno mettendo in atto riforme che incidono profondamente proprio sulle istituzioni comunali, prefigurando la scomparsa delle più piccole e comunque il passaggio di poteri ad aggregazioni più grandi, le Uti, concepite però in una visione meramente efficentista ed economicista prescindendo dai legami identitari e di appartenenza delle persone, e che, essendo organi di secondo grado non eletti dal popolo, soffrono anche di un basso grado di legittimazione sociale e di responsabilità verso gli elettori.

Proprio alle piccole comunità si indirizza l’attenzione preferenziale dell’Arcivescovo: «Rivolgendo ora l’attenzione anche al nostro Friuli, che è un fitto tessuto di tante – e spesso piccole – comunità, ci chiediamo: come salvaguardare e promuovere una sana socialità? La vita comunitaria che faccia sentire a casa loro le persone che abitano questa bella terra? A 40 anni dal terremoto e dalla straordinaria solidarietà che ha contrassegnato la ricostruzione, come attraversare altri sconvolgimenti epocali senza smarrire l’identità delle comunità e rafforzare tra loro una rete virtuosa di collaborazione? Sono interrogativi che sollevano questioni molto complesse che come tali vanno analizzate evitando pericolose semplificazioni o, peggio ancora, strumentalizzazioni ad altri fini che non siano l’amore per la buona vita sociale delle nostre comunità e di tutto il territorio».

La Chiesa Udinese, riguardo al tema delle piccole comunità, può parlare partendo da una esperienza molto concreta: «Mi spinge a ragionare con voi di comunità non solo il riferimento al pensiero e all’agire politico – ha spiegato mons. Mazzocato -, ma, prima di tutto, il tragitto che la nostra Diocesi sta percorrendo, coinvolgendo parrocchie e foranie, sacerdoti e religiosi e fedeli laici. Abbiamo chiamato gli organismi diocesani di rappresentanza e le comunità parrocchiali a lavorare come in un cantiere aperto che mira a delineare nuove forme concrete di comunione tra le comunità stesse. Da questo cantiere di riflessioni e confronti sta nascendo il progetto delle Collaborazioni. Su questo progetto stiamo compiendo un accurato discernimento con un coinvolgimento più ampio possibile per soppesare senza fretta in che modo le parrocchie di uno stesso territorio  possono instaurare una collaborazione stabile e organica che chiameremo, appunto, Collaborazione pastorale. Grazie a tale collaborazione le parrocchie mireranno ad un duplice obiettivo: crescere nella comunione tra loro  per essere più efficaci nella comune missione».

La diocesi di Udine si è avviata in questo cammino «non per valutazioni sociologiche o di efficienza organizzativa, ma per seguire il programma che Gesù consegnò ai suoi apostoli nell’Ultima Cena mentre pregava Dio Padre: “Che siano una cosa sola perché il mondo creda”. Queste parole del Signore sono anche il titolo del nostro progetto. Il distintivo di coloro che credono in Gesù è l’unità: essere una cosa sola. Gesù, però, non pensava ad un’unità di massificazione nella quale è cancellata l’identità del singolo, come propongono alcune religioni orientali. Egli invitò i suoi a vivere una unità di comunione, frutto di una libera collaborazione tra i membri della Chiesa fino ad essere “un cuor solo ed un’anima sola” e nella quale ognuno esprime il meglio delle sue capacità e caratteristiche a servizio degli altri. Le Collaborazioni pastorali vogliono essere un modo per mettere in pratica la proposta di Gesù creando tra le parrocchie che le compongono un più intenso spirito di comunione grazie alla reciproca collaborazione», ha evidenziato mons. Mazzocato.  «È chiaro che abbiamo pensato un’impostazione pastorale nella quale le singole comunità, anche piccole, non vengono trascurate o, peggio, soppresse. Anzi, le Collaborazioni pastorali funzioneranno bene se le singole parrocchie che le compongono saranno vitali e offriranno il loro contributo; come membra di un unico corpo, tutte necessarie all'armonia e alla vitalità del corpo stesso. Questa è la Chiesa secondo la nota immagine di S. Paolo. In essa lo Spirito Santo può attuare il miracolo di far crescere contemporaneamente la comunione d’insieme e le singole comunità».

Per concretizzare questo approccio al concetto di comunità, l’Arcivescovo di Udine ha indicato 4 verbi. Avvicinarsi innanzitutto. «La prossimità sta al cuore del Vangelo perché la buona notizia del cristianesimo è che Dio non si è tenuto lontano dall’uomo – ha evidenziato mons. Mazzocato -, come molte altre religioni e filosofie insegnano, ma si è fatto “prossimo” dell’uomo fino a prendere una carne come la nostra da una madre, Maria. Questo è  il mistero del S. Natale che ci avviamo a celebrare. Questa cultura cristiana della prossimità è stata l’humus vitale che ha formato le comunità e le ha sostenute in tempi facili e difficili. Quando essa si impoverisce non si alimentano più né le reti del volontariato né quelle dell’associazionismo né quelle della disponibilità generosa per il bene comune. Diventa debole la comunità e scricchiolano anche le istituzioni. La democrazia si alimenta di partecipazione di molte persone che non si limitano a vivere l’una accanto all’altra, ma l’una con l’altra e l’una per l’altra; l’una responsabile del destino dell’altra e di tutta la comunità».

Il secondo verbo è proteggere. «L’apertura e l’affidamento reciproco tra i membri di una comunità è tanto più intenso e fecondo quanto più essi percepiscono la garanzia che chi tra loro e tra i loro cari cadesse nella fragilità non sarà dimenticato – ha sottolineato mons. Mazzocato -. Un clima di incertezza rischia di generare lo scivolamento delle persone, dei giovani in particolare, in una certa chiusura e nella rassegnazione o nel rancore “anti-sistema”. Le principali forme di debolezza da proteggere sul nostro territorio sono ben presenti a tutti noi. Ricordo solo la depressione demografica con le sue varie cause, compresa la piaga dell’aborto, la persistente incertezza lavorativa che penalizza specialmente i giovani, il transito continuo di rifugiati, la protezione dei malati con sistema socio-sanitario, lo spopolamento  montano. S. Paolo ci ricorda che un corpo è sano se sa proteggere, prima di tutto, le sue membra più deboli».

Il terzo verbo è condividere. «La condivisione generosa e gratuita è il collante di una comunità robusta e le nostre comunità – ha evidenziato l’Arcivescovo -, animate dallo spirito evangelico, hanno saputo viverla quasi con spontaneità. Probabilmente la prima condivisione che ci viene in mente riguarda i beni materiali. Vorrei, però, attirare l’attenzione anche su quella del patrimonio morale e spirituale. Quante volte sento lamentare la crisi di valori? Essi si rafforzeranno se li condividiamo e non solo a parole ma con scelte e comportamenti concreti e comunitari».

Infine il quarto verbo: appartenere. «È irreversibile la dinamica della globalizzazione dei beni, della velocità delle informazioni, della mobilità delle persone – ha sostenuto mons. Mazzocato -. In questo contesto sta riemergendo il bisogno di appartenenza ad affetti affidabili e ad una comunità che sia familiare. Si può essere sereni cittadini del mondo se si sa di appartenere alla propria comunità nella quale ognuno ritrova volti familiari, relazioni radicate nel cuore, un senso della vita e valori condivisi. Altrimenti si rischia di sentirsi parte di nulla e di smarrire anche la propria identità. L’appartenenza alla propria comunità va riconosciuta anche nella strutturazione di uno Stato che dovrebbe essere comunità di comunità. Questa legge varrebbe anche per quella che chiamiamo “Comunità europea”. Quando non viene rispettata, prima o poi si riaccendono spinte disgregatrici che hanno radici profonde».

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