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Un figlio per donna. Peggio che in guerra

Scende ancora il tasso di natalità in Friuli-Venezia Giulia: in un solo anno è passato da 1,33 a 1,31. Non migliori i dati a livello italiano, come emerge dal report «Natalità e fecondità» illustrato a Roma. Su «la Vita Cattolica» di questa settimana, intervista con il demografo Gian Carlo Blangiardo che venerdì 30 novembre sarà a Udine alla presentazione del libro di Gian Luigi Gigli «Vita e famiglia», già presidente del Movimento per la vita.

Un figlio per donna. Peggio che in guerra

Non più di un figlio per donna, in Friuli-Venezia Giulia. Il tasso di fecondità, secondo il più recente Annuario statistico della Regione è pari a 1,31 figli, in ulteriore diminuzione rispetto all'1,33 del 2016. Su «la Vita Cattolica» di questa settimana, intervista con il demografo Gian Carlo Blangiardo che venerdì 30 novembre sarà a Udine, alle 17.30 in Sala Ajace, alla presentazione del libro di Gian Luigi Gigli «Vita e famiglia», già presidente del Movimento per la vita.

Non migliori di quelli del Friuli-Venezia Giulia sono i dati a livello italiano, come emerge dal report «Natalità e fecondità della popolazione residente», illustrato oggi a Roma. «Sta per andare via un'altra Legge di Bilancio senza che vengano inserite modifiche strutturali in grado di invertire la rotta dell'inverno demografico che anche oggi è stato tristemente certificato da Istat – ha commentato il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo –. Le cifre snocciolate stamane sono da bollettino di guerra. In dieci anni abbiamo perso una città delle dimensioni di Bergamo o Siracusa e persino un quarto dei figli unici del Paese. Ci sono ancora i margini per invertire la rotta, ad esempio modificando e migliorando le modalità di calcolo del reddito di cittadinanza con l'introduzione del criterio dei carichi familiari, per calibrarlo in modo più equo. Ma ormai non c'è più tempo da perdere». Secondo il report, nel 2017 all'anagrafe sono stati iscritti 458.151 bambini, oltre 15mila in meno rispetto all'anno precedente. Circa 900mila le donne di età compresa tra 15 e 49 anni in meno registrate tra 2008 e 2017, con il numero medio di figli per donna sceso a 1,32: era 1,46 nel 2010.

«I figli non sono e non possono essere un peso o un privilegio - ha aggiunto De Palo -, ma devono essere riconosciuti dallo Stato e dalla società come un investimento sul proprio futuro: chi sosterrà un Paese sempre più anziano? Ecco perché da un anno proponiamo un Patto per la natalità che coinvolga tutte le forze del Paese, a partire dal Ministero dell'Economia. È urgente un piano Marshall che faccia ripartire le nascite e dia risposte concrete ai giovani». Dal report emerge che la fase di calo della natalità innescata dalla crisi che si è avviata nel 2008 sembra aver assunto caratteristiche strutturali. La diminuzione della popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni, pari a circa 900mila donne in meno, osservata tra il 2008 e il 2017, spiega quasi i tre quarti della differenza delle nascite che si è verificata nello stesso periodo. Per il resto dipende dai livelli di fecondità, sempre più bassi.

Calo della natalità soprattutto sui primi figli
Il calo delle nascite si riflette soprattutto sui primi figli: diminuiti del 25% rispetto al 2008. Una tendenza che si sta consolidando negli ultimi anni. Nello stesso arco temporale i figli di ordine successivo al primo si sono ridotti del 17%. Diminuiscono inoltre sensibilmente in Italia i nati da coppie coniugate: -147mila in soli 9 anni. Secondo lo studio questo netto calo è in parte dovuto all'andamento dei matrimoni, che hanno toccato il minimo nel 2014 per poi risalire lievemente fino a superare nel 2016 le 200mila celebrazioni. Nel 2017 si osserva una nuova diminuzione (191.287 matrimoni). In un contesto di nascite decrescenti, quelle che avvengono fuori dal matrimonio aumentano di quasi 29mila unità rispetto al 2008 superando le 141mila.

Ma non è un fenomeno irreversibile
"Come era nelle aspettative la natalità è ulteriormente in calo. E' un fenomeno che va avanti da un decennio ed è dovuto a fattori strutturali. Ma questo non deve far pensare che sia un fenomeno irreversibile e che non si possa intervenire". Così Vittoria Buratta, direttore Statistiche Sociali dell'Istat. "Altri Paesi in Europa hanno dimostrato che anche in situazioni più critiche sono riusciti a rilanciare con interventi su servizi che assistano le coppie - ha aggiunto - . Da altre nostre indagini emerge che le intenzioni di fecondità sono sempre molto alte nel nostro paese. Questo è un segnale di apertura".

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