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L'editoriale

Friuli, una “matria”

La Fieste de Patrie è l’occasione per alcune riflessioni sui concetti di “patria” e di “matria”, essenziali per un’esatta comprensione della “dimensione” della festa.

La prima riguarda il Friuli come miniatura dell’Europa. La nostra è, infatti, l’unica regione che contiene nel suo Dna le tre principali anime etnico-linguistiche del continente, latina, slava e germanica. La prima è rappresentata dalla lingua friulana (perché “fevelà furlan a vòul disi fevelà latin”, scrisse Pasolini) e dal dialetto veneto, parlato a ovest della linea Polcenigo-Bibione e presente in altri centri. Di minor peso, ma altamente arricchenti, sono le minoranze slave nelle valli dei fiumi Fella, Resia, Torre, Cornappo e Natisone, e le germaniche di Sappada, Sauris, Timau e Valcanale.
La seconda riflessione ci porta a considerare il Friuli come una “matria”, neologismo così spiegato dal Vocabolario Treccani: “Luogo fisico e metaforico d’accoglienza, al di là delle appartenenze nazionali, etniche, religiose, sociali, di genere ecc., contrapposto alla patria come realtà storica definita dai discrimini dell’identità nazionale e dell’appartenenza nativa a un dato territorio”.

Il Friuli, quindi, è sicuramente una “matria”: ma che dimensione aveva la terra, ovvero la “patria”?

Per rispondere possiamo rifarci ai cartografi del Cinquecento (Guadagnino, Ortelio, Ligorio …), unanimi nel riconoscere che il confine occidentale era segnato dal corso dei fiumi Meschio e Livenza.

Teobaldo Ciconi in “Udine e sua provincia” (1862) scrive che nel Medio Evo una “patria” era un territorio assoggettato ad un’unica legge, nel nostro caso creata da un Parlamento (non eletto: chiamato dal Patriarca).

Nel frammentarismo del basso Medio Evo il Friuli era pertanto un’eccezione, ma non la sola: erano patrie anche la Provenza, il Cantone di Vaud in Svizzera, e qualche altra.

Dando quindi l’esatto significato storico e territoriale al concetto di Patria del Friuli, gli organizzatori hanno scelto Tarcento come “epicentro” della festa; ma dal 22 marzo al 21 aprile saranno fruibili molti altri eventi collaterali (conferenze, rappresentazioni teatrali, laboratori didattici …) in numerose località (Udine, Gorizia, Manzano, Treppo Grande, Porpetto, Carlino, Rivignano, Casarsa, Spilimbergo, Maniago, Nimis, Osoppo, Reana, San Daniele, Moggio e altri centri) e nel Veneto (San Michele al Tagliamento, Portogruaro, Teglio Veneto, Cinto Caomaggiore).

La terza riflessione riguarda il senso di identità e di appartenenza: si è friulani anche se non si nasce nella “patria” ma ci si riconosce nella “matria”. Si è friulani anche se non si parla friulano, perché questa è una terra d’accoglienza, cioè di accettazione anche linguistica.

La quarta riguarda il ruolo centrale della lingua friulana.

Il Friuli esisterà come regione distinta non solo per una questione di confini finché rimarrà in vita la lingua friulana. Il giorno in cui questa dovesse morire, le altre minoranze sarebbero soltanto sfridi poco importanti di culture linguistiche molto più grandi (don Placereani diceva che dal suo roccolo di Montenars a Vladivostoc si parla slavo): oggi brillano, invece, accanto alla nostra piccola lingua neolatina, ibridata da venetismi, slavismi e germanismi, e concorrono a definire il Friuli come piccola Europa.

La quinta riguarda la distinzione fra “patria “ e “matria”: in origine i due concetti coincidevano, perché un popolo culturalmente distinto (matria) occupava un suo territorio (patria), che naturalmente doveva essere difeso; e la prova della coincidenza si trova nei nomi antichi di molte regioni: Carnia come terra dei Carni, Venezia o Veneto dei Veneti, Istria degli Istri, eccetera.

Poi per l’uso e l’abuso che della parola “patria” fecero gli Stati nazionali a partire dall’Ottocento, la “patria” si staccò dalla “matria” e divenne escludente, aggressiva, e strumento di opposizione e di odio verso altre “patrie”.

È per questo che dopo il 1866, cioè dopo l’annessione all’Italia del Friuli centro-occidentale, qualcuno inventò la Piccola Patria nella Grande.

Gianfranco Ellero

 

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