L'editoriale

I valore del dissenso

Con questa edizione, Pordenonelegge richiama la libertà di espressione, di manifestazione del pensiero, il valore del dissenso, ancor più prezioso dove viene negato». E ancora: «Norberto Bobbio ci ricordava come il discrimine tra stato democratico e regime autoritario è segnato dal “maggiore o minore spazio riservato al dissenso”». Sono due passaggi dal discorso di Sergio Mattarella nell’evento che ha chiuso la 27esima edizione di Pordenonelegge, la “festa del libro e della libertà”. Il messaggio del presidente risuona chiaro: la democrazia liberale, che è fatta di confronto legittimo tra le idee, di dialogo fra le culture e che si fonda sulla libertà di manifestare il proprio pensiero, ha ancora qualcosa da dire «in un momento in cui emerge a livello globale la tentazione di democrazie illiberali». Riprendendo Bobbio, la forza paradossale della democrazia deriva dalla sua capacità di ospitare il dissenso, l’attrito.

Se ci si pensa, è controintuitivo. La cultura materiale in cui viviamo è progettata per rimuovere gli attriti, i rallentamenti, ciò che impedisce a un sistema di funzionare in modo fluido. Costruiamo rotatorie sulle strade in modo che la processione delle auto possa fluire senza impedimento e portarci in fretta ai nostri affari; produciamo smartphone su cui le dita scorrono all’infinito per dare l’illusione di soddisfare in modo onnipotente il nostro profondo bisogno di relazioni. Non saremo educati come gli inglesi, ma anche noi friulani sappiamo metterci in fila e attendere il nostro turno, a patto che la coda scorra ad una velocità accettabile.

In fondo la tecnologia serve anche a questo: ridurre gli attriti con l’ambiente esterno e renderci la vita meno difficile. Ma cosa accade quando questa mentalità diventa il criterio per giudicare una forma di governo? Succede che la democrazia appare come un sistema lento, inefficace, e non è un caso che i fondatori delle grandi imprese tecnologiche della Silicon Valley, i nuovi tecno-feudatari, siano generalmente scettici verso la democrazia. I rimproveri sono noti: se il mondo accelera, sistemi basati sulla rappresentanza, sul voto, sulla discussione sono in fondo pieni di attriti. I “pesi e contrappesi”, che hanno la funzione di delimitare l’esercizio del potere di una parte, sono percepiti come rallentamenti, come ciò che giustifica l’esistenza di una macchina burocratica inefficiente e del suo esercito di funzionari.

Sono questi motivi sufficienti per archiviare la democrazia e i suoi attriti? Ritornando a Bobbio e Mattarella, la capacità di dare spazio al dissenso è una delle qualità più preziose dei sistemi democratici. Dissentire vuol dire “sentire in modo diverso”, sentire altrove, orientarsi in un’altra direzione. Se oggi i social isolano gruppi omogenei in bolle separate, riservare spazi di autentico dissenso permette di conoscere più a fondo, prendere decisioni migliori, rendere visibili voci inascoltate. Disabituati ad abitare il conflitto, fatichiamo a percepire come il dissenso e la dissonanza siano un’occasione di riconoscimento dell’altro, il possibile inizio di un percorso alla ricerca di un’appartenenza e di un bene comuni.

C’è infine un rapporto stretto tra dissenso, cultura e parola. Lo ha ricordato Mattarella evocando una schiera di testimoni che hanno pagato di persona il loro dissenso di fronte ai regimi autoritari di ieri e di oggi. Un dissenso autentico si serve della parola. Se non sono vuote, le parole producono in noi attrito, scavano, scuotono, animano. Solo l’esercizio quotidiano e collettivo della parola può generare cultura e la cultura cambiamento. In tempi di crisi delle appartenenze e alla vigilia di un’importante stagione elettorale in Europa, sapremo ospitare e rendere il dissenso uno spazio di fecondità, di tessitura di un consenso, che è “sentire insieme”, e non di nuova polarizzazione?

Tommaso Nin

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