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L'editoriale

Il disagio nella scuola

La scuola è un luogo affettivo e sociale in cui i ragazzi non solo imparano, ma soprattutto crescono e vivono. All’interno di questo microcosmo, in cui si ritrovano le stesse dinamiche sociali, le gerarchie, i gruppi e le divisioni che si possono osservare nel mondo esterno, sempre più spesso prende forma e spazio il disagio delle ragazze e dei ragazzi, che si manifesta attraverso condotte patologiche che hanno una forte matrice relazionale e contestuale.

Quello che a scuola stiamo imparando dalla sempre più frequente convivenza con una piaga che si fa sempre più lacerante è che le cause del malessere sono spesso interconnesse e che non esiste una risposta unica e universale. Pressioni sociali e culturali, problemi familiari, difficoltà nell’apprendimento, isolamento sociale, mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, conseguenze della pandemia sono solo alcuni dei fattori che talvolta provocano un senso di smarrimento tale da produrre un rifiuto anche nei confronti della scuola.

Significativi al riguardo sono anche i dati relativi ai progetti di istruzione domiciliare attivati nella nostra regione, che lo scorso anno scolastico sono stati 104 (un dato quasi quattro volte superiore a quello in epoca pre Covid), ai quali si aggiungono i 380 studenti che per periodi più o meno lunghi hanno seguito lo scorso anno le attività della Scuola in Ospedale: in moltissimi di questi casi il ricorso a tali servizi (che svolgono una funzione ormai essenziale per garantire a tutti il diritto allo studio) era motivato da disagio psichico.

La scuola, da sempre una delle più importanti istituzioni per l’esperienza infantile e adolescenziale, rischia di trasformarsi da promotrice di benessere a luogo di diffusione del disagio quando ripropone al suo interno una realtà distante dalla vita degli studenti e, allo stesso tempo, riflette la complessità della società contemporanea; quando si trasforma in una micro-realtà, che, anziché fornire agli studenti l’opportunità di sperimentare e sperimentarsi costruendo e coltivando i loro desideri per il futuro, diventa teatro di pratiche performative e orientate al raggiungimento di risultati nell’immediato.

E’ quando sono immersi in simili contesti che gli adolescenti non riconoscono nella scuola il luogo in cui “fare esperienza di adolescenza” e, più in generale, di vita, quanto piuttosto un luogo estraneo alla propria esistenza, dal quale fuggire il prima possibile, poiché carico di esasperanti aspettative da parte non solo dei docenti, ma anche e soprattutto dei genitori.

Gli insegnanti più attenti alle esigenze degli studenti chiedono a gran voce di essere supportati nella riconquista di un ruolo autenticamente educativo, per sfuggire al forte senso di solitudine che provano nell’affrontare il processo di elaborazione del disagio e di promozione della salute mentale dei ragazzi a scuola, per riuscire a opporsi allo scoramento per la crescente burocratizzazione del loro ruolo, al venir meno del patto di fiducia con le famiglie, alle difficoltà nella gestione di classi e alunni sempre più portatori di bisogni educativi speciali cui far fronte in modo competente.

Eppure a leggere le offerte formative ci si imbatte frequentemente in realtà scolastiche in cui spiccano molti interventi che mirano a promuovere un clima positivo e inclusivo, attraverso attività che favoriscono la socializzazione e l’aggregazione, sensibilizzando gli studenti su tematiche come il bullismo, il cyberbullismo e la salute mentale; sempre più numerosi sono i percorsi di formazione per i docenti sulla gestione del disagio giovanile, così come i tentativi di coinvolgere attivamente le famiglie nella vita scolastica dei figli.

Tuttavia se questi interventi non sono inclusi in un percorso educativo condiviso e attuato da tutti i docenti, rischiano di diventare tanti pezzi di un puzzle destinati a non ricomporsi mai in una forma sensata.

Se si vuole veramente garantire a ciascuno studente la formazione cui ha diritto, occorre superare una scuola disegnata su un contesto socioculturale ormai estraneo a quello attuale, sostituendola con una scuola basata sulla motivazione ad apprendere. Dobbiamo perciò adoperarci per avviare una trasformazione profonda nella metodologia educativa, orientandola verso una effettiva personalizzazione dei percorsi di apprendimento, adottando una valutazione autenticamente orientata alla formazione degli studenti, ridefinendo gli obiettivi per lo sviluppo delle competenze e integrando nell’attività didattica in modo consapevole e proficuo le opportunità del digitale e dell’Intelligenza Artificiale, che promette di rivoluzionare tutti gli ambiti della nostra vita.

Luca Gervasutti

Presidente Associazione Nazionale Presidi FVG

Dirigente scolastico Liceo Stellini, Udine

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