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Friuli, radici profonde

Pubblicato su “la Vita Cattolica” nr. 25/2023

I friulani sono noti per il loro profondo attaccamento alla loro terra e alla loro identità culturale. Ci sono diversi motivi che contribuiscono a questo legame forte e duraturo.

Innanzitutto, la storia della regione friulana ha svolto un ruolo significativo nel plasmare l’identità del popolo friulano. Essi sono stati esposti a una serie di sfide e influenze nel corso dei secoli, tra cui invasioni barbariche, dominio veneziano, dominio austriaco e conflitti mondiali. Queste esperienze storiche hanno alimentato un senso di resilienza e di orgoglio per la propria terra, poiché i friulani hanno dovuto affrontare e superare molte difficoltà.

Inoltre, la lingua friulana ha un ruolo cruciale nel mantenere l’identità culturale dei friulani. Il friulano è una lingua romanza, strettamente correlata all’italiano, ma con influenze celtiche, germaniche e slave. Il fatto che i friulani abbiano una lingua propria li distingue dalle regioni circostanti e contribuisce a rafforzare il loro senso di appartenenza a una comunità unica.

La cultura friulana è ricca di tradizioni, arte e musica. La regione è famosa per il suo artigianato, in particolare per la lavorazione del legno, la produzione di mobili e l’arte del merletto. Queste tradizioni artigianali sono state tramandate di generazione in generazione e rappresentano una parte preziosa dell’eredità culturale friulana. La musica popolare friulana, con le sue melodie coinvolgenti e testi che spesso celebrano la vita e la terra natia, è un elemento fondamentale della cultura locale e contribuisce a mantenere vivo il senso di identità.

La regione friulana vanta anche una straordinaria varietà di paesaggi naturali, che vanno dalle montagne delle Alpi Carniche e delle Dolomiti Friulane alle pianure del Friuli. Questa ricchezza di bellezze naturali, tra cui laghi, fiumi e riserve naturali, ha un impatto profondo sulla vita dei friulani e li connette intimamente alla loro terra. L’agricoltura è stata tradizionalmente un settore importante dell’economia friulana, e la presenza di vigne, oliveti e campi coltivati è un elemento essenziale della campagna friulana.

Infine, l’esperienza dell’emigrazione ha contribuito a cementare il legame dei friulani con la loro terra. Nel corso dei secoli, molti friulani hanno lasciato la regione per cercare nuove opportunità all’estero, soprattutto in Sud America e negli Stati Uniti. Tuttavia, anche quando si sono trasferiti altrove, hanno portato con sé la loro cultura, le loro tradizioni e il loro attaccamento alla terra natia. Le comunità friulane all’estero si sono organizzate per preservare le loro tradizioni e il loro patrimonio culturale, mantenendo vivo il legame con il Friuli e trasmettendolo alle generazioni future.

In conclusione, i friulani sono così legati alla loro terra per una combinazione di fattori storici, linguistici, culturali, paesaggistici e migratori. Questi elementi si intrecciano per creare un forte senso di identità e appartenenza, che si riflette nella difesa e nella tutela della propria terra e nel cuore dei friulani, ovunque si trovino nel mondo.

*Il testo che avete appena letto non è stato scritto da una mano umana. È stato composto da ChatGPT un software di Intelligenza artificiale (AI) sviluppato da Open AI, un’organizzazione che formalmente si presenta priva di scopi di lucro, fondata nel 2015 nientemeno che da Elon Musk. Per generare questo testo, abbiamo chiesto a ChatGPT (come se fosse una persona!) di scrivere un articolo basato su due temi trattati nel presente numero de “La Vita Cattolica”. A fronte di questa istruzione, ChatGPT ha elaborato il testo impiegando circa 25 secondi, un tempo infinitamente più breve rispetto a ogni scrittura “umana”. Inoltre, ed è un elemento di non poco conto, non abbiamo speso un euro. A monte c’è un processo di “istruzione” del software ChatGPT, a cui vengono dati in pasto enormi quantità di testi, immagini, video, ecc., in modo tale da prepararlo, come un bravo – ma finto – studente, a rispondere alle domande degli utenti. Come si può intuire dalla lettura, il livello di accuratezza del testo è grossolano, ma tutto sommato accettabile. In fondo, avreste mai sospettato di aver letto un editoriale fantasma? A questo punto, però, le domande sorgono spontanee: chi avrà scritto il prossimo libro che leggerete, o l’articolo che trovate stasera girovagando in rete? Chi scriverà i temi a scuola o le tesi all’Università? È possibile sentirsi meno soli “chattando” con un software?

Come vi siete sentiti quando avete appreso che l’editoriale di questa settimana era stato assemblato da un software di intelligenza artificiale? Lo spettro delle reazioni delle persone a queste rivelazioni è abbastanza ampio: c’è chi non nasconde l’entusiasmo, chi tradisce paura, se non terrore. Molti però provano un senso di straniamento.

Innanzitutto c’è il timore di non riuscire più a riconoscere l’autentico dall’inautentico. L’impossibilità di distinguere la “paternità” umana o artificiale dei contenuti apre alla possibilità di confezionare non bufale palesi, ma notizie false “quanto basta”, incastonando quasi-verità in testi che a letture non approfondite ci appaiono verosimili e ponderati. Per prevenire simili fenomeni entrerà dal prossimo anno in vigore l’AI Act, una legge sull’intelligenza artificiale approvata la scorsa settimana dal parlamento UE che obbligherà a contrassegnare i contenuti generati dall’AI per renderli riconoscibili.

Tuttavia, oltre il dovere della regolamentazione, c’è un timore più profondo che aleggia nell’inconscio collettivo: se le macchine comporranno testi sempre più elaborati e con un dispendio di risorse minimo rispetto ad una persona, non è che la nostra capacità di scrivere diverrà obsoleta? Non è che le macchine ci ruberanno il lavoro? É vero: l’intelligenza artificiale cambierà il nostro modo di lavorare, ma saranno necessarie nuove abilità. La sua capacità di manipolazione statistica del linguaggio naturale ci regala dei collaboratori digitali che potranno assisterci nelle nostre operazioni quotidiane: magari riassumendo ampi testi, organizzando le informazioni in modo nuovo e mostrandoci collegamenti non subito visibili; supportandoci nella scrittura delle mail, di testi di routine e altre attività più creative con immagini e audio. L’abilità umana sarà invece fondamentale nell’affinamento degli algoritmi alla base di questi software e le nostre capacità espressive saranno decisive nella fase di istruzione. Dovremo imparare a istruire (prompting) in modo adeguato questi programmi per ottenere esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.

In fondo è ciò che abbiamo fatto dalla prima rivoluzione industriale in poi; abbiamo progettato e istruito macchine che facessero alcune cose come se le facessimo noi, ma in meno tempo e meglio. La novità, non banale, è che questa volta il linguaggio per istruirle è lo stesso che usiamo per parlare con il nostro vicino di casa o dire “ti voglio bene” ai nostri cari, e che la macchina attinge a una tale mole di dati che è in grado di darci l’impressione di saperne quanto noi o addirittura di più. Ma questo effetto straniante può attenuarsi a due condizioni: in primis se capiamo l’architettura, la logica statistica e predittiva che sta dietro (che a dire la verità ha ancora qualche punto oscuro); infine, se ci accorgiamo che lo stupore che proviamo di fronte a qualcuno che ci risponde racconta di noi e della nostra tendenza a umanizzare ciò che ci circonda, a cercare qualcuno che ci sia simile, che parli la nostra lingua, che entri in sintonia con ciò che di più profondo abbiamo nel cuore. Allora anche un’interfaccia che “parla come noi” ci ricorderà che abbiamo una ferita aperta sulla trascendenza. Starà poi a ciascuno di noi scegliere come “dialogare” con essa.

Tommaso Nin

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